Un caso di tenacia

La scelta del caso clinico da condividere con i nostri lettori questa volta è stata mossa dalla voglia di raccontare una bella storia, una “allegra”. Di storie a Palazzo Selam ce ne sono davvero tante e ognuna parla, a suo modo, nella sua unicità, di coraggio e determinazione, presenti sicuramente all’inizio della storia migratoria di ciascuno quando la forza da tirar fuori per arrivare fino a qui ha il suono di un ruggito. Quando poi la destinazione di questo lungo viaggio sembra proprio essere Palazzo Selam, ogni storia prende un colore diverso: chi si arrabbia, chi si butta giù, chi dispera, chi spera, chi lavora sodo per mantenere la famiglia lasciata indietro, chi non lavora e si perde, chi sogna di riunire la famiglia, chi non sogna più perché ha perso ormai il sonno da tempo. Sarà forse la primavera anticipata a tirar fuori dal cilindro una storia portatrice di un messaggio positivo, ovvero quello di perseverare sempre, con tenacia e coraggio. Storia dedicata agli abitanti di Selam, che possa essere d’esempio non solo a loro ma in fondo anche a noi.

Questa è la storia di A. Nato in Somalia sessant’anni fa, faceva il fruttivendolo, conduceva una vita semplice condivisa con una moglie lasciata nel suo paese insieme ai loro cinque figli di diciannove, diciassette, sedici, quindici e sei anni. Riuscito ad arrivare in Svezia ma poi costretto a tornare in Italia, tirato indietro da quella molla gigante e orribile che ha il nome di trattato di Dublino. Dal 2016 vive a Selam ma raggiunge il nostro sportello per la prima volta circa un anno fa. Il primo intervento annotato da un nostro operatore così recita: “18/10/2018 – Il signore viene a sportello per motivi sanitari […] inoltre non ci sente molto bene, il mediatore è costretto ad alzare molto la voce. Date indicazioni per richiedere la residenza fittizia”.

Parla solo somalo. Ed è anche un po’ duro d’orecchio. Giunge allo sportello sanitario per un dolore al ginocchio per cui aveva effettuato accertamenti in ospedale, attraverso il pronto soccorso, per cui gli prescrivevano un antinfiammatorio. Viene visitato da noi e incoraggiato a regolarizzare in tempi brevi residenza e iscrizione al sistema sanitario per poter effettuare ulteriori accertamenti. Lo rivediamo parecchi mesi dopo, agitato e preoccupato, accompagnato da un amico, ci mostra la lettera di dimissione da una casa di cura dove era stato portato in ambulanza dopo aver avuto uno svenimento in strada. In realtà si era trattato di una crisi iperglicemica e la diagnosi era di diabete. Gli operatori sociali si danno da fare per avviare le pratiche per l’iscrizione anagrafica vista l’urgenza sanitaria. A. ha bisogno urgente di insulina ed è visibilmente preoccupato. Deve sbrigare le pratiche il prima possibile e ne è consapevole. La fronte è madida di sudore mentre ci ascolta tutto concentrato, gli diamo indicazioni dietetiche e lo esortiamo a interrompere il Ramadan che con i suoi lunghi digiuni è impraticabile per un soggetto diabetico. Non avendo a disposizione insulina nel nostro ambulatorio, gli consigliamo di rivolgersi alla Caritas per provare a reperire l’insulina di cui ha bisogno.

Dopo un’ora di colloquio tra incomprensioni ad alto volume ed insistenze da parte sua a provare a curarsi con le “pillole”, come fa un suo amico, ci confessa che uscito dall’ospedale, tanta era la paura di sentirsi di nuovo male che con i pochi spicci che aveva in tasca era riuscito a comprarsi una penna d’insulina. Ce la porta ma la penna è nuova, mai usata. Ci dice che ha paura e che non riesce a farsi le iniezioni e che non aveva capito nulla delle indicazioni che gli avevano dato. Gli spieghiamo come usarla, gli consegniamo un glucometro dotato di strisce e lancette e gli spieghiamo di misurare la sua glicemia prima di mangiare e a due ore dai pasti. Ci rendiamo conto della difficoltà estrema in cui A. si imbatterà nel barcamenarsi tra aggeggi mai usati prima, numeri e calcoli, diario glicemico da compilare, iniezioni di cui ha timore. Viene istruito di tutti i rischi che corre, una dose di insulina troppo alta può ucciderlo. Dopo tanto insistere nel ripetere le istruzioni, scritte anche in somalo, da seguire come una preghiera, A. ha in mano una bomba ad orologeria. Gli diamo fiducia ma il rischio è molto alto.

Dopo una settimana lo vediamo tra la fila di utenti agitando le sue braccia lunghe per salutarci. Anche noi felicissimi di rivederlo. Vuol dire che tutto sommato non si è ammazzato. Non ci porta il diario con le misurazioni di glicemia perché aveva finito le strisce e le lancette, materiale tutto sprecato in tentativi miseramente falliti. In compenso ci fa vedere la sua busta della spesa con scatolette di tonno e di fagioli aspettando un cenno di approvazione da parte nostra. Tutto contento di aver iniziato a capire cosa poter mangiare e cosa no, diventa inarrestabile e inizia a elencarci tutti i nomi possibili di frutta e verdura per avere un sì o un no da parte nostra. Gli chiediamo come ha assunto l’insulina per verificare la sua comprensione e ci risponde che quella sera ad esempio aveva appena mangiato e che subito dopo si era sparato una dose di insulina senza controllare la glicemia! Gli spieghiamo di nuovo che la glicemia si misura o prima di mangiare o dopo due ore dal pasto e che in base al valore glicemico deve adeguare la dose insulinica. Capiamo la complicatezza della faccenda ma c’è una difficoltà a monte: impieghiamo molto tempo a fargli capire il significato (in somalo, nella sua lingua) delle parole “prima” e “dopo”. Anche se scappa qualche risata per l’assurdità dell’incomprensione, ci rendiamo conto a questo punto che la questione è troppo grande per lui da gestire, quindi tagliando la testa al toro gli facciamo assumere solo l’insulina serale perché troppo rischiose le assunzioni diurne d’insulina “a caso” ma insistiamo sul compilare il diario glicemico prima di cenare e dopo due ore dalla cena. Passo dopo passo, chiarendo il concetto di “prima e dopo”. Con la sua figura longilinea riappare dopo due settimane, con una faccia soddisfatta e sorridente mentre gli altri utenti lo guardano esasperati perché prevedono il tempo che ci metterà a sportello e che quindi dovranno attendere un bel po’ il loro turno. Anche noi ci armiamo di pazienza e ci mostra il diario che diligentemente aveva compilato: pieno di misurazioni, anche quattro misurazioni al giorno, tutti i giorni, con valori glicemici entro la norma. Capito il funzionamento del glucometro si era sbizzarrito in ripetute misurazioni, purtroppo solo pre-prandiali. Ma vista la sua capacità di perseverare nonostante l’ardua impresa, insistiamo anche noi: gli chiediamo di continuare la terapia allo stesso modo ma di misurare la glicemia anche a due ore dopo cena. Nel frattempo continuano le pratiche per sistemare la residenza in modo da avere finalmente una consulenza diabetologica. Arriviamo al giovedì seguente e A. è il primo della fila, pronto alla verifica settimanale. Questa volta il diario è correttamente compilato, valori pre e post-prandiali presenti e soprattutto valori glicemici ancora nella norma. Esplode in sorrisi e battute per la contentezza. Incontenibile A.! Ma rimane l’urgenza della visita diabetologica e di un piano terapeutico così gli operatori sociali, dopo vari insuccessi nel far recapitare la documentazione di A. presso il municipio (ah, il buon vecchio fax!), si recano di persona presso gli uffici municipali per assicurarsi che A. ottenga la residenza fittizia al più presto. Finalmente così la ottiene, si iscrive al sistema sanitario nazionale e con la ricetta medica si reca presso un ambulatorio di diabetologia ma per accedere alla prima visita gli richiedono delle analisi del sangue, che può effettuare direttamente lì, a un costo totale di 80 euro. A. sconsolato torna da noi; gli spieghiamo che potrà richiedere l’esenzione per patologia e che quindi i prossimi controlli saranno per lui gratuiti ma deve necessariamente pagare la prima visita per avere una diagnosi di diabete emessa da un ente pubblico con cui poi richiedere l’esenzione. Di fronte all’ennesima difficoltà A. non si arrende, ci dice che lui quegli 80 euro non li ha ma che troverà il modo per averli.

Un giorno si presenta da solo allo studio della dottoressa Donatella D’Angelo e parlando in somalo tenta di comunicarle qualcosa. Solo in seguito veniamo a sapere che si è presentato anche all’uscita del lavoro di una nostra mediatrice somala per avere delucidazioni sulle analisi che doveva portare in visita. Dopo qualche giorno va dal diabetologo, il giovedì sera seguente ci porta il referto con la diagnosi e con i risultati delle analisi del sangue ma tra i vari fogli non troviamo nessun piano terapeutico. Dice che il diabetologo non gli ha dato nient’altro ma dopo un po’, grondante di sudore, ammette di averlo perso sul bus nel tragitto ambulatorio-casa. Ci chiede scusa. Da lì in poi tutto è andato liscio per A. grazie alla sua tenacia, al nostro impegno e a un po’ di fortuna. E’ seguito regolarmente dal diabetologo, ha un piano terapeutico, un’esenzione valida e soprattutto un perfetto controllo glicemico.

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