Non solo una tosse

Tra i tanti pazienti che passano allo Sportello Sanitario, ecco entrare F., una bambina bangladese di nove anni, e suo padre M.
“Ciao F.! Che ti succede?” domanda sorridendo la dott.ssa Donatella D’Angelo, presidente di Cittadini del Mondo ODV. F. sembra molto timida e, anche se già conosce la dottoressa, guarda il papà, poi si guarda i piedi e aspetta che sia lui a parlare. “Ha avuto una brutta tosse“.

Cerchiamo di mettere F. a suo agio parlando un po’ della scuola, lei ci risponde sottovoce che fa la quinta elementare qui vicino e la sua materia preferita è la matematica.

Indagando la sua situazione clinica, chiediamo al papà se F. ha avuto anche la febbre, e ci dice di sì.

Sta per accadere qualcosa, le prossime frasi ci faranno accorgere di quanto, anche nelle cose semplici, questo ambulatorio sia diverso dagli altri.

“Quanto aveva di febbre?” C’è un punto interrogativo nello sguardo di M., che rimane in silenzio. “Ma gliel’hai misurata la febbre?!” chiede ancora la dottoressa. “. – Alza un po’ una mano, mostrandocela. – L’ho toccata sulla fronte ed era calda.” M., infatti, non ha un termometro a casa…

È il momento di visitare F.: le chiediamo se possiamo sentirle le spalle, e poi la dottoressa appoggia il fonendoscopio sulla sua piccola schiena. “Fai dei bei respiri profondi!” la esorta. F. comincia a respirare molto velocemente, quindi mi metto di fronte a lei e le dico di fare come faccio io, mentre inspiro ed espiro con calma. I polmoni sono puliti, e quando le chiediamo di fare un colpo di tosse, penso “ecco di cosa parla il padre”. È una tosse forte e grassa, ma per fortuna parte chiaramente dalle alte vie aeree (cioè, dalla gola) per cui possiamo stare più tranquille.

Per scrupolo le sentiamo anche il cuore, che sta battendo all’impazzata, e continua a galoppare anche dopo che cerchiamo di scherzare con lei per tranquillizzarla.
F. in effetti non ha mai fatto una visita cardiologica né un ECG (un elettrocardiogramma), anche perché “non facendo sport non le è mai servito un certificato medico sportivo“.
Il padre ci confessa che lui e la moglie non hanno tempo per portare la figlia da qualche parte, che il pomeriggio F. sta a casa e può giocare con la sorella, S., di quattro anni. “Sai che divertimento!” esclama la dottoressa, e F. sorride amareggiata, dicendo molto anche senza parole. A scuola, ci racconta, fanno solo un’ora di ginnastica il mercoledì.

L’attività motoria nelle bambine e nei bambini che stanno crescendo e imparando è importantissima e comporta innumerevoli benefici:

  • fa bene fisicamente alla muscolatura, alle ossa, alla postura;
  • previene (o aiuta a diminuire) un eccessivo accumulo adiposo;
  • migliora le funzioni neurali, la memoria e le altre capacità cognitive;
  • giova alla salute mentale riducendo l’ansia e il senso di solitudine;
  • contribuisce a definire le dinamiche sociali attraverso il gioco, in termini di lealtà, comunicazione, lavoro di squadra e leadership;
  • fornisce uno spazio e un tempo di svago, utile ad alleggerire e allontanare le bambine e i bambini dalle difficoltà degli adulti.

Il diritto allo sport, e alla salute, andrebbe garantito a tutte le famiglie: quanto è discriminatoria e classista una società in cui solo le figlie e i figli di genitori che hanno sufficiente disponibilità economica e di tempo possono beneficiare di questi vantaggi? È chiaro che non c’è equità sociale se fin da piccole e piccoli siamo divisi a metà tra chi può e chi non può, nonostante ci venga raccontata la favola del “merito” in cui tutte e tutti possono realizzare i propri desideri.

Ma… torniamo a F. Stampiamo un’impegnativa per farla vedere da uno specialista in cardiologia a causa della tachicardia, prescriviamo uno sciroppo per la tosse, le diamo qualche consiglio su come incorporare un po’ di attività fisica nella sua quotidianità (come scegliere i giochi più movimentati con le amichette) e ci assicuriamo che i genitori non le diano da mangiare troppi dolci, visto che è ad un’età delicata dello sviluppo.

Stanno per succedere altre due cose che lasceranno un segno.

La dottoressa, magicamente, fa comparire un termometro tra le mani di M. Lui lo guarda e lo rigira tra le dita per qualche secondo, poi, esitante, ci chiede come si usa. È un termometro classico: spieghiamo che si mette la punta metallica sotto l’ascella e dentro al vetro c’è un liquido colorato che sale e arriva fino al numeretto della temperatura. M., probabilmente, non aveva mai visto un termometro prima di stasera.

La visita sembra conclusa quando il papà ci dice: “F. si vergogna a chiederlo, ma vorrebbe sapere se le può prescrivere una crema sbiancante.” Una bambina di nove anni. Rimango impietrita e ho un tuffo al cuore.

I prodotti per lo sbiancamento della pelle possono essere pericolosi di per sé (causando irritazioni, acne, macchie depigmentate, assottigliamento della cute) e perché, con lo scopo di ridurre la melanina che è protettiva, predispongono a maggiori rischi tumorali.

La dottoressa le dice che le creme sbiancanti fanno davvero male alla pelle e che il suo colore è bellissimo così com’è. Cerca di sdrammatizzare dicendole che la prossima volta deve scegliersi un papà norvegese, ma che per stavolta ha questo qui, ed è fortunata così. Che tante persone “come noi” (cioè, bianche) vanno al mare ad abbronzarsi e si bruciano la pelle per diventare “come lei”.
F. annuisce mentre continua ad alzare e abbassare affannosamente la zip del suo cappotto, è in imbarazzo, ma anche tristemente rassegnata per quello che le stiamo dicendo.

Io rimango in silenzio, mi chiedo che mondo brutto è quello in cui una bellissima bambina di nove anni vuole diventare più bianca.
Quando va via, F. sorride e ci saluta con la mano. La dottoressa mi dice anche che l’ha accompagnata lui perché la mamma non parla una parola di italiano.

A volte la cosa più importante su cui lavorare non è il “motivo x” che porta le persone allo Sportello Sanitario (la tosse in questo caso).
Dovunque, e qui a maggior ragione, è importante scavare un po’ di più, guardare la salute nel suo complesso, approfittare del fatto che siano da noi per fare educazione, invece di liquidarle con una medicina o un foglietto.
Controllare un cuore, regalare un termometro, parlare dell’importanza dello sport, o avvertire dei pericoli nascosti dietro cose che sembrano innocue, possono essere i primi passi per fare la differenza nella vita di qualcuno.

Entreranno tanti altri pazienti con altrettante storie dalla porta da cui sono usciti F. e il suo papà, eppure continuo a pensarci e mi dico “è per lei e per tutte le famiglie che voglio fare questo lavoro”.

Articolo a cura della dott.ssa Luisa Perfetto