Residenze fittizie, ancora lontani da una vera soluzione

Nei giorni scorsi una delibera della Giunta di Roma ha istituito in tutti i municipi la possibilità di iscrizione anagrafica presso la residenza fittizia “Via Modesta Valenti”. Questa novità, di primo acchito, potrebbe far brillare gli occhi degli operatori delle organizzazioni che ogni giorno si scontrano con le difficoltà legate alla residenza anagrafica per le persone in situazioni di precarietà sociale. Ma cosa sono le residenze fittizie e a che servono? Quali sono le criticità della disciplina e cambierà davvero in meglio dopo questa delibera? Cittadini del Mondo prova a rispondere a queste domande, presentando 3 casi pratici.

Residenza anagrafica e residenza fittizi: cosa sono ed a che servono?
Secondo il diritto italiano, la residenza è il luogo dove una persona ha la propria “dimora abituale”. Quell’indirizzo sui nostri documenti di identità non soltanto serve a rintracciarci e a ricevere comunicazioni importanti, ma è il presupposto essenziale per esercitare determinati fondamentali diritti civili politici e sociali. Ad esso è collegato l’accesso alle prestazioni di assistenza sociale e sanitaria: è ad esempio il presupposto per l’individuazione delle scuole, degli asili, della ASL o dei servizi sanitari territoriali di competenza (Centri di Salute Mentale, Consultori, TSRMEE, Servizio per le tossicodipendenze Ser.t, fruibili in base alla zona di residenza) e per la scelta del medico di base. Per gli stranieri, il possesso di un indirizzo di residenza valido è uno dei presupposti per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Non tutte le persone hanno però una “dimora abituale”: basti pensare ai senza fissa dimora. Più frequentemente, le persone hanno una dimora abituale che però non può essere riconosciuta come residenza anagrafica: è il caso dei migranti che vivono per brevi periodi nei centri d’accoglienza, o di coloro che vivono in strutture occupate, o ancora delle migliaia di persone che nelle grandi città come Roma non hanno un contratto d’affitto. La precarietà abitativa è trasversale, interessando persone di tutte le nazionalità e di diversi status sociali.
Per ovviare in parte a questi problemi e per cercare di garantire pari diritti a tutti i cittadini, in Italia già da anni è presente la cosiddetta “residenza fittizia” (o “virtuale”). Si tratta essenzialmente di un indirizzo di residenza che non corrisponde al luogo di effettiva dimora, e che permette anche alle persone che vivono in situazione di precarietà abitativa di accedere ai servizi del territorio.
A Roma dal 1995 alcune organizzazioni del privato sociale sono autorizzate a rilasciare “residenze fittizie” (il Centro Astalli, una di queste organizzazioni, soltanto nel 2014 ha rilasciato 6.095 domiciliazioni); già da allora questa delega ha comportato un completo passaggio di competenza della questione delle residenze dalle istituzioni al privato sociale, con conseguente disomogeneità nella pratica dell’assegnazione degli indirizzi fittizi. Ogni associazione del privato sociale ha infatti le proprie regole e richiede requisiti diversi per l’assegnazione della residenza, e spesso ottenerla non è facile né scontato (vedi il paragrafo “Un secondo caso”). Inoltre, la situazione di mancata regolamentazione e di totale “abbandono” da parte istituzioni ha portato nel tempo ad alcune derive di illegalità, come il rilascio di alcuni indirizzi di residenza fittizia a pagamento a persone o imprese per fini criminali (come denunciato un paio di anni fa dalla trasmissione Report nella sua inchiesta sui “Paradisi Romani”).
Un’altra problematica legata alla pratica delle residenze fittizie è legata alla localizzazione degli indirizzi virtuali: le organizzazioni del privato sociale delegate al rilascio, infatti, sono situate nel I Municipio, che di conseguenza nel corso del tempo ha registrato presso la propria anagrafica un enorme numero di persone la cui effettiva dimora si trova in un altro Municipio di Roma più periferico. Già da tempo Cittadini del Mondo ha evidenziato le irregolarità e i vari risvolti di questa procedura.
Chiaramente la situazione non è confinata ad una serie di dinamiche puramente romane, anzi: la matassa si ingarbuglia sempre di più quando le persone vivono a Roma ma hanno una residenza anagrafica in un’altra regione. È il caso, ad esempio, dei migranti che soggiornano per un certo periodo in un centro d’accoglienza del Sud e si trasferiscono a Roma dopo qualche mese: in questi casi i servizi delle diverse regioni si rimpallano le responsabilità, negando la propria competenza sul caso in questione, obbligando a volte le persone a lunghi viaggi per questioni fondamentali come il rinnovo di un permesso di soggiorno, quando la soluzione più facile sarebbe stata una banale coordinazione tra i servizi delle diverse regioni.

Quali le conseguenze di tutti questi ostacoli?
Come abbiamo detto precedentemente, la residenza anagrafica è uno dei requisiti per fruire di alcuni servizi fondamentali, come i servizi sanitari e i servizi sociali, ma anche per rinnovare il permesso di soggiorno. Per una persona che vive in condizioni di precarietà abitative e che ha un problema di salute, o deve mandare i bambini a scuola, o ancora ha il permesso di soggiorno in scadenza, a volte ottenere un indirizzo di residenza è tanto indispensabile quanto difficile. Queste persone spesso rimangono impantanate tra gli ostacoli alla regolarizzazione della loro posizione: da un lato il sistema (per un motivo o per un altro) impedisce loro di acquisire un indirizzo di residenza, da un altro è impossibile accedere ad alcuni servizi senza una residenza. E non sempre la residenza fittizia è una soluzione attuabile: le associazioni che la rilasciano sono spesso sature, oppure esse stesse pongono dei requisiti che le persone non possono soddisfare (vedi “Un primo caso”). Basti pensare ad una persona con un permesso di soggiorno scaduto: la Prefettura richiede un indirizzo di residenza per il rinnovo, e contemporaneamente le principali associazioni chiedono un permesso di soggiorno valido per il rilascio della residenza. Di fatto, gli ostacoli all’ottenimento di una residenza portano le persone ad uno stato di irregolarità e impediscono loro di fruire di alcuni diritti che gli dovrebbero essere garantiti per legge (vedi “Un terzo caso”).

Quali possibili soluzioni?
Le istituzioni competenti dovrebbero affrontare in modo determinato ed organico la questione delle residenze fittizie, che da anni lede i diritti delle persone più vulnerabili. La definizione di una soluzione non spetta al privato sociale; nonostante ciò, le organizzazioni che lavorano nel sociale sono da sempre a contatto con gli utenti e le loro difficoltà, e potrebbero essere utilmente coinvolte in un dialogo con le istituzioni per l’elaborazione di una soluzione concreta e realizzabile.
Cittadini del Mondo da anni sostiene che l’unica procedura attuabile sarebbe l’istituzione di un indirizzo di residenza fittizia rilasciato – tramite procedure asciutte che non sovraccarichino i servizi sociali – da ogni Municipio romano. Questo da una parte permetterebbe l’iscrizione anagrafica delle persone presso il Municipio dove effettivamente dimorano, e dall’altra riporterebbe nelle mani delle istituzioni una questione così strettamente legata alla fruizione di servizi fondamentali per la persona. È necessario inoltre un coordinamento delle istituzioni e degli erogatori dei servizi territoriali – a livello nazionale e locale – sul tema delle residenze, in modo tale che gli indirizzi di residenza fittizia possano essere accettati diffusamente e possano garantire un effettivo accesso ai servizi territoriali stessi.

Qual è la situazione attuale a Roma?
Dall’estate del 2015 una delibera comunale permette alle persone con residenza fittizia di non essere iscritte esclusivamente presso l’anagrafica del I municipio, ma anche di altri municipi. Questo sta in parte (e lentamente) ovviando al problema sopracitato del “sovraccarico” del I Municipio, ma la procedura di assegnazione ad altri municipi non è standardizzata né trasparente. I criteri di assegnazione ad altri Municipi non sono chiaramente stabiliti e sono secondari alle disponibilità dei municipi stessi di accettare le iscrizioni (vedi “Un primo caso”).
Nei giorni precedenti una delibera della Giunta di Roma ha istituito delle sezioni “decentrate” nei vari municipi dell’indirizzo di residenza fittizia “Via Modesta Valenti” (indirizzo già utilizzato, a livello comunale, per i senza fissa dimora). Il rilascio di questo indirizzo sarà secondario ad un intervento del Servizio Sociale del municipio, che dovrà attestare caso per caso “la condizione soggettiva di disagio” della persona. Considerata la situazione di sovraccarico attuale dei Servizi Sociali municipali, non ci sembra che questa risoluzione ammorbidirà la questione delle residenze per le persone in condizioni di precarietà abitativa: restiamo dunque ancora in attesa di una soluzione attuabile, duratura e decisiva (NDR: una preoccupazione condivisa anche dagli enti di tutela).

Un primo caso: una residenza a cavallo di tre municipi
A è un giovane titolare di protezione internazionale che vive nel Palazzo Selam, un edificio occupato da circa 1000 persone (anch’esse, nella maggior parte dei casi, titolari di protezione internazionale) provenienti dal Corno d’Africa. Palazzo Selam è in zona La Romanina, alla periferia sud-est di Roma, nel Municipio VII (per un approfondimento sul Palazzo Selam dai un’occhiata qui). Come per molte persone che vivono al Palazzo Selam, la sua residenza è in via degli Astalli (una delle principali residenze fittizie di Roma, rilasciata dalla Comunità di Sant’Egidio), nel territorio del Municipio I; la sua iscrizione anagrafica nonostante ciò è nel Municipio VI. Una delibera comunale del 2015, infatti, stabilisce che le iscrizioni anagrafiche delle persone in possesso di una residenza fittizia non debbano essere obbligatoriamente vincolate al Municipio in cui l’indirizzo di residenza si trova; questo dovrebbe teoricamente permettere sia di non sovraccaricare l’Ufficio Anagrafico del Municipio I, sia di garantire il “principio di prossimità” per cui ogni cittadino dovrebbe afferire ai servizi territoriali del municipio dove effettivamente vive. In realtà l’assegnazione all’uno o all’altro municipio è spesso arbitraria: A vive nel Municipio VII, ha una residenza del Municipio I ma è iscritto all’ufficio anagrafico del Municipio VI. Ha dei problemi di salute e dovrà fare degli accertamenti medici: dovrà fare riferimento per questo ai servizi territoriali del Municipio VI.

Un secondo caso: residenze fittizie e privato sociale
Anche H è un giovane titolare di protezione internazionale che vive nel Palazzo Selam. In passato la sua residenza anagrafica fittizia si trovava presso via degli Astalli, ma da qualche tempo gli è stata cancellata per “irreperibilità”. La cancellazione per irreperibilità da questa residenza fittizia è in realtà molto comune: da una parte ci sono le esigenze dell’organizzazione rilasciante, che è sovraccarica di richieste e ha bisogno di stabilire un criterio per il mantenimento dell’iscrizione. Dall’altra però è molto comune che un ragazzo come H diventi “irreperibile” non per disinteresse o scarsa collaborazione: i giovani rifugiati cambiano spesso numero telefonico, secondo le offerte dei vari operatori, o andando incontro ad esigenze di altri connazionali, o per indisponibilità di un telefono cellulare. Sta di fatto che H non può più richiedere una residenza fittizia presso via degli Astalli (la precedente cancellazione è criterio di esclusione), e il suo permesso di soggiorno è in via di scadenza. Gli operatori di Cittadini del Mondo fortunatamente si sono velocemente resi conto del problema, e H adesso ha appuntamento presso un’altra organizzazione rilasciante residenze fittizie. Speriamo che riuscirà ad ottenerne una in tempi brevi, altrimenti la mancanza di una residenza anagrafica gli renderà impossibile rinnovare il suo permesso di soggiorno per asilo politico e la sua permanenza in Italia – che dovrebbe essere tutelata dalla normativa nazionale ed internazionale – diventerà improvvisamente e paradossalmente irregolare.

Il terzo caso: la violazione del diritto alla salute
Il caso di E è uno tra quelli che più angustia gli operatori di Cittadini del Mondo. E è una donna anziana, sola in Italia, con molti problemi di salute. Anche lei vive a Palazzo Selam; subito dopo il suo arrivo in Italia, ormai molti anni fa, le era stata riconosciuta una protezione internazionale. Per problematiche di non comprensione della lingua, o per un malinteso con i datori di lavoro o con gli uffici preposti, al momento del rinnovo del permesso di soggiorno ha scelto di convertirlo in un permesso per motivi di lavoro. Qualche tempo fa, com’è prassi, ha presentato alla Questura di Roma domanda di rinnovo del suo permesso di soggiorno, dichiarando una residenza fittizia. La Questura ha però rifiutato la domanda, in quanto gli indirizzi di residenza fittizia possono essere considerati validi ai fini del rinnovo esclusivamente di permessi di soggiorno per protezione internazionale: come titolare di un permesso per motivi di lavoro dovrebbe presentare un indirizzo di residenza reale. La signora E ha però urgente bisogno di cure mediche, viste le sue condizioni di salute precarie; per poter accedere alle cure è stata costretta a richiedere un codice STP, cioè il codice che viene rilasciato – al posto di un codice fiscale – agli Stranieri Temporaneamente Presenti in Italia. Com’è facilmente intuibile, questo codice non potrebbe essere rilasciato ad una persona che viva da così tanti anni in Italia e che per legge dovrebbe essere obbligatoriamente e gratuitamente iscrivibile al Sistema Sanitario. Anche in questo caso, la mancanza della residenza impedisce ad una persona in condizioni di estrema vulnerabilità di fruire di un diritto che per legge le dovrebbe essere garantito.

Livia Maria Salvatori

(Articolo pubblicato su Open Migration)

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