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Una mamma resiliente

Dalia ha 35 anni, arriva in Italia dall’America Latina a marzo 2018 con regolare visto turistico poi scaduto a gennaio 2019. Nel mese di ottobre 2018 la raggiunge a Roma anche il figlio di 3 anni. La famiglia vive in un appartamento insieme a un connazionale che si è offerto di ospitarla gratuitamente.
A fine ottobre 2019 la signora si presenta allo sportello sociale di Cittadini del Mondo, che offre un servizio gratuito di ascolto e orientamento alla popolazione straniera, per chiedere informazioni rispetto alla regolarizzazione della propria posizione sul territorio italiano.
L’associazione le offre supporto per iniziare le pratiche per la domanda di protezione internazionale e a novembre 2019 madre e figlio inoltrano richiesta presso la Questura di Roma che li porta ad essere attualmente entrambi titolari di permesso di soggiorno provvisorio per richiedenti asilo. Inoltre lo sportello dell’associazione la prepara per il colloquio presso la Commissione territoriale di Roma.
Durante questi incontri Dalia riferisce di essere scappata dal Paese di origine perché vittima di violenza da parte del marito nonché padre del bambino, violenza che si esplicava in ogni sua forma: psicologica, verbale, economica, fisica e in atti di stalking.
La signora riporta che il suo matrimonio è avvenuto sotto ricatto di lui, che minacciava di non riconoscere il figlio se lei non avesse acconsentito a sposarlo. Le violenze sono proseguite anche dopo la nascita del bambino che, per la maggior parte dei casi, era presente durante tali episodi.

Nel prendere la decisione di allontanarsi dal marito Dalia ha chiesto supporto alla famiglia che, al contrario, l’ha spinta a rimanere con il marito e a non chiedere il divorzio in quanto ciò non sarebbe stato tollerato dalla comunità di appartenenza. La donna ha sporto denuncia nei confronti del marito ma la polizia non ha mai preso provvedimenti per ciò che stava subendo. Riferisce che la polizia del suo Paese è molto corrotta e per tali ragioni non esiste un vero e proprio sistema di tutela nei confronti delle donne vittime di violenza maschile.
La continua situazione di violenza di cui erano vittime sia lei che il bambino, il mancato supporto da parte della propria famiglia e l’inesistente sistema di tutela, l’hanno spinta a lasciare il Paese e a partire per l’Italia, luogo in cui ha trovato, almeno in minima parte, una rete di supporto.

La signora, seguita dallo sportello sociale di Cittadini del Mondo, ha iniziato un percorso di supporto psicologico presso l’Istituto Nazionale salute Migrazioni e Povertà (INMP). Trova lavoro con contratto come baby sitter e il bambino inizia a frequentare la scuola dell’Infanzia.
A novembre Dalia chiede l’iscrizione anagrafica a Via Modesta Valenti I perché si trova nella condizione di non poter richiedere l’iscrizione presso l’abitazione in cui ora è domiciliata, ma dal Municipio le rifiutano tale pratica in virtù dell’art. 13 DL 113/18. Decide quindi di fare ricorso con l’avvocato ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) a cui l’abbiamo inviata e a cui pertanto trasmettiamo relazione sociale sul caso della signora.
Sono ormai numerose le pronunce giudiziarie che riconoscono il diritto del richiedente asilo alla iscrizione anagrafica: tutte hanno affermato una interpretazione dell’art. 13 DL 113/18 secondo la quale l’affermazione per cui il permesso di soggiorno per richiesta asilo “non costituisce titolo” per l’iscrizione anagrafica avrebbe soltanto l’effetto di far venire meno il “regime speciale” introdotto dall’art. 8 DL. 17.2.17 n.13 conv. in L. 13.4.17 n. 46 (secondo il quale i richiedenti asilo venivano iscritti all’anagrafe sulla base della dichiarazione del titolare della struttura ospitante) e riportare il richiedente al regime ordinario: quello cioè della verifica della dimora abituale, come previsto anche per il cittadino italiano, al quale lo straniero regolarmente soggiornante è parificato ai sensi dell’art. 6, comma 7 TU immigrazione.

A gennaio accompagniamo Dalia all’ASL per effettuare esenzione per richiedenti asilo (codice E06). Inizialmente le operatrici dell’ASL dichiarano l’inesistenza di tale esenzione ma nel momento in cui gli mostriamo la legge di riferimento ci consegnano il modulo per richiederla.
Dalia è in attesa che la Questura le comunichi il giorno in cui verrà ascoltata dalla commissione territoriale per la richiesta di asilo politico.
Intanto proseguono bene le sedute con la psicologa dell’INMP che vuole aiutarla per la commissione e le consigli di recarsi dal medico di base per farsi prescrivere una visita dermatologica che potrebbe certificare che la cicatrice che ha sull’avambraccio è stata causata da una bruciatura inflitta dal suo ex marito con una sigaretta. Tale certificato potrebbe risultare utile davanti alla commissione per provare le lesioni subite.
Racconta di voler cambiare lavoro poiché gli orari come colf/ baby sitter non coincidono con quelli di uscita da scuola del figlio. Il bambino a mensa non mangia quasi nulla e lei è molto preoccupata che tale comportamento sia dovuto a una sofferenza causata dall’assenza della madre e dai drastici cambiamenti che ha vissuto in questo periodo. Dalia vorrebbe cercare un’altra sistemazione abitativa che le consenta di creare un ambiente domestico più intimo e accogliente per il bambino ma è consapevole che è difficile trovare una casa a Roma a basso costo.
Dopo circa un mese trova un altro lavoro come baby sitter a uno dei compagni di classe del figlio ma la datrice di lavoro non sembra volerle fare il contratto. È motivata a cercare un lavoro con contratto anche per la mattina.
Il figlio ancora non mangia a scuola ma lei sta introducendo nella dieta del bambino alcuni alimenti italiani a cui il piccolo non è abituato e sembra che la situazione stia migliorando. Racconta che il figlio già parla molto bene l’italiano e anche lei sta migliorando. Si stanno adattando bene al territorio: ha iscritto il bambino a nuoto e frequentano le famiglie dei compagni di classe.

Dalia sembra tutto sommato serena e molto motivata grazie soprattutto alla rete che la sta supportando e che continuerà a farlo.

E’ tempo di iscrizioni

Sparaxis è un uomo del Bangladesh arrivato in Italia nel 2004 e residente con regolare permesso di soggiorno. A dicembre 2018 si presenta al nostro Sportello Sociale perché vorrebbe iscrivere a scuola i suoi due figli che in quel momento sono ancora in Bangladesh ma il 27 gennaio 2019 arriveranno a Roma insieme alla mamma per il ricongiungimento familiare. Le operatrici dello sportello danno appuntamento a Sparaxis per il 29 gennaio per effettuare le iscrizioni online dei figli Ciclamino di quattordici anni e Violetta di cinque, l’ultima scadenza per l’iscrizione online all’anno scolastico successivo è prevista il 31 gennaio.

Nel frattempo dallo sportello sociale viene contattata l’associazione FOCUS – Casa dei Diritti Sociali per capire se c’è la possibilità di inserire Ciclamino nel loro progetto “Today, Tomorrow, ToNino” che supporta ragazzi stranieri nello studio e nell’apprendimento della lingua italiana.

Il 2 febbraio Sparaxis si presenta per procedere con l’iscrizione di Ciclamino, per Violetta infatti è sicuro sia tutto a posto. Ha provveduto autonomamente. Il termine per l’iscrizione online per l’anno successivo di Ciclamino è ormai scaduto, le operatrici decidono di tentare l’iscrizione per l’anno in corso cercando posto in una seconda media. In questo modo il ragazzo, pur frequentando con bambini più piccoli, avrà tempo di imparare la lingua e prepararsi all’esame di terza media. Non c’è tempo da perdere, l’inserimento a gennaio non è mai semplice e ogni giorno che passa è un giorno di scuola in meno per Ciclamino.

Vengono inviate richieste d’iscrizione a diverse scuole: Rita Levi Montalcini, l’I.C Via Cenada, l’I.C Via dell’Aeroporto, l’I.C. Parco degli acquedotti, l’I.C Via Mommsen e l’I.C. di Viale dei Consoli.
Nel frattempo da FOCUS – Casa dei Diritti Sociali ci comunicano la disponibilità di posto per Ciclamino che verrà ricontattato per organizzare un primo colloquio e poi iniziare i corsi.

In alcune scuole ci dicono subito che non c’è posto, l’ I.C. Parco degli acquedotti e l’I.C Via Cenada non rispondono, mentre l’I.C Via dell’Aeroporto e l’I.C Via Mommsen ci assicurano che ci faranno sapere. La situazione di attesa e sollecitazioni prosegue per altri venti giorni e vari tentativi di contatto, il 20 febbraio dall’I.C Via dell’Aeroporto arriva la conferma di una disponibilità. Nei giorni successivi Sparaxis si reca in segreteria a completare l’iscrizione, il ragazzo inizierà a frequentare il 25 febbraio in una classe seconda.

Il 6 marzo il Sparaxis torna a sportello per l’iscrizione di Violetta alla scuola dell’infanzia. Credeva di averla già effettuata, ma si trattava dell’iscrizione presso la scuola primaria per l’anno successivo. Ora vorrebbe la possibilità di inserire la bambina a scuola nell’anno corrente. Vengono inviate richieste a varie scuole e il 20 marzo otteniamo una risposta positiva: la scuola dell’infanzia dell’I.C. di Via Stabilini ha un posto disponibile, il padre dovrà recarsi alla segreteria didattica per completare l’iscrizione. Ma una settimana dopo Sparaxis ritorna, non ha effettuato l’iscrizione di Violetta, la scuola è troppo lontana da casa, la mamma con i mezzi pubblici impiegherebbe troppo tempo ad accompagnarla e andarla a prendere, anche perché l’orario disponibile è solo quello antimeridiano. La famiglia decide quindi di tenere Violetta a casa fino a settembre 2019 quando inizierà a frequentare la scuola elementare.

Intanto Ciclamino frequenta la scuola media e ad aprile inizia anche il progetto “Today, Tomorrow, ToNino” che lo supporta nell’apprendimento della lingua. A giugno viene promosso in terza media e in autunno trova posto nel doposcuola della parrocchia vicino casa e inizia a frequentare un corso di inglese pomeridiano promosso dalla scuola.

Alla fine dell’anno Sparaxis torna al nostro sportello, il prossimo anno Ciclamino frequenterà le superiori e bisogna fare l’iscrizione sul sito del MIUR. Terminate le pratiche di registrazione c’è da scegliere solo la scuola e l’indirizzo, ma il papà non è sicuro. Così a gennaio 2020 sarà direttamente Ciclamino, accompagnato da un coetaneo più ferrato sull’italiano, a rivolgersi al nostro sportello per essere accompagnato dall’operatrice nella scelta dell’indirizzo da prendere e per l’invio della domanda d’iscrizione. Ciclamino ha deciso: frequenterà un istituto tecnico con indirizzo informatica e telecomunicazioni in lingua inglese.

Storia di C, uomo eritreo di 35 anni

Da bambino vivevo vicino alla città di Cheren, in un paese di campagna con mio padre, mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Prima dello scoppio della guerra, l’Eritrea era colonia italiana, dal 1890 fino al 1942, anno in cui è iniziata l’occupazione etiope durata quasi trent’anni. Nel 1991, gli etiopi sono stati cacciati e nel 1998 è iniziata un’altra guerra contro l’Etiopia finita nel 2001. Durante la prima guerra contro l’occupazione etiope, nel 1989, con mio padre, mia madre e mia sorella abbiamo deciso di lasciare il Paese per andare in Sudan. Gli altri fratelli e sorelle sono rimasti in Eritrea con dei nostri parenti. Mia sorella maggiore ha deciso di rimanere in Eritrea in una zona più tranquilla. Noi non siamo rimasti con lei perché c’erano i militari etiopi che non ci lasciavano passare.
Dopo la morte di mia madre in un incidente stradale, sono rimasto in Sudan con mia sorella e mio padre. Lui lavorava come agricoltore mentre io e mia sorella di dieci anni andavamo a scuola. Siamo rimasti in Sudan fino al 1991, quando avevo all’incirca otto anni e abbiamo deciso di tornare nella mia città in Eritrea, dove però non si stava bene, a causa della guerra e dei numerosi conflitti. Così io, mio fratello maggiore e mia sorella, siamo tornati in Sudan, mentre mio padre ha deciso di rimanere. Mia sorella poi, nel 1996, è tornata in Eritrea, invece io sono rimasto altri cinque anni, ho concluso la scuola e sono tornato solo nel 2001, per aiutare mio padre. Però lui non voleva che rimanessi perché credeva che, se fossi rimasto, mi avrebbero costretto ad arruolarmi come militare. Perciò, all’età di ventitré anni, sono ritornato in Sudan dove ho preso il diploma e ho iniziato a lavorare. La situazione però non era sostenibile, dovevo aiutare la famiglia ma il lavoro non era sufficiente per mantenere tutti. Così, nel 2006, ho deciso di partire per l’Italia ed eventualmente provare a raggiungere l’Inghilterra.

Per arrivare in Libia ho pagato ai trafficanti 1700 dollari. Siamo partiti il 6 giugno, eravamo quaranta per- sone, ammassati uno sopra l’altro dentro una camionetta. È stato un viaggio terribile, faceva caldo e non ci davano da bere. Alcuni stavano molto male. Noi avevamo portato dell’acqua ma non era abbastanza per il viaggio e i trafficanti non ce ne davano a sufficienza. Abbiamo sbagliato strada e per questo motivo il viaggio è durato più di due settimane, cinque giorni più del previsto. Arrivati a Tripoli ho pagato altri 900 dollari per il viaggio verso l’Italia. Ne volevano 1500 ma sono riuscito a contrattare. Mi hanno rinchiuso in una casa per dieci giorni, aspettando che le condizioni del mare permettessero di partire. La barca era molto piccola, lunga 3 metri ma ci stavamo in una trentina di persone. Agli scafisti non importava se qual- cuno moriva. Il 24 giugno 2006 siamo riusciti ad arrivare a Lampedusa tutti vivi, per fortuna. Appena ar- rivati ci hanno soccorso e portati nei vari ospedali perché eravamo tutti malati e pieni di infezioni alla pelle. Io ho avuto la scabbia per almeno due mesi, non riuscivo a farla guarire. Mi hanno medicato e mi hanno dato vestiti nuovi. Con l’aereo, poi, mi hanno portato a Crotone dove sono rimasto per quaranta giorni e dove sono riuscito a ottenere il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria. Era agosto del 2006 quando, con soli 40 euro, sono arrivato a Roma direttamente al Selam Palace.
Non mi piaceva Selam. Era un ambiente brutto, più di mille persone e tutti i piani erano occupati. I ragazzi si ubriacavano e la notte c’erano risse e liti. Action (Movimento di lotta per la casa) gestiva le entrate e le uscite dall’occupazione e a me hanno consentito l’accesso subito. Andavo spesso al centro Caritas per mangiare. Sono rimasto per due settimane a Selam fino a quando sono andato in un centro di accoglienza a Casalotti dove mi hanno offerto, per sei mesi, la possibilità di dormire. Terminati i sei mesi di accoglienza al centro sono tornato a Selam. Nel frattempo provavo a cercare lavoro anche se parlavo poco italiano. Ho trovato un posto come operaio, per cinque anni, finché non mi hanno messo in cassa integrazione per un altro anno e mezzo e poi è finita anche quella. Ho iniziato a lavorare in nero in una bancarella di altre persone e anche a palazzo Selam dove avevo un piccolo negozio di alimentari.
Sono stato in Svezia per una settimana, per cercare lavoro ma non sono riuscito a trovare niente e non mi è piaciuto il Paese, faceva troppo freddo e anche se era estate c’era poco sole. Ho provato anche ad andare una settimana in Francia nel 2009, ma sono tornato perché non faceva per me.

Nel 2011 ho partecipato a due maratone di Roma da 20 km a febbraio e da 40 km a marzo, entrambe le volte mi sono piazzato bene.
Tutte le mattine mi sveglio alle 6, leggo il giornale, quello che danno in metropolitana, e vado a cercare lavoro. Mi piacerebbe lavorare in un forno o come operaio. So portare bene la gru! Da poco ho incominciato anche la scuola di italiano, imparo la lingua anche guardando la televisione o utilizzando dei corsi su YouTube. Attualmente non lavoro e abito ancora a Selam insieme ad oltre 600 persone di quattro nazionalità diverse: Eritrea, Etiopia, Sudan e Somalia. Le religioni praticate sono quella musulmana e quella cristiana. Ci vivono per lo più uomini e ci sono una trentina di bambini ma non abbiamo spazi in cui farli giocare. Ogni nazionalità è rappresentata dal membro di un comitato che ha il compito di gestire i rapporti tra le persone dei diversi paesi. Nel comitato ci dovrebbero essere dodici persone, tre rappresentanti per ogni paese. Ora però siamo rimasti in quattro, gli altri sono andati via per motivi di lavoro. Per decidere le cose importanti facciamo le assemblee con le persone che vivono nel palazzo. Le assemblee si fanno nella stanza grande al piano terra davanti all’ambulatorio, vi partecipano più o meno 200 persone.

Oggi Selam è cambiato. L’ambiente è più calmo, ci sono più persone che lavorano e conoscono le leggi. Ora, rispetto a prima, la situazione è migliorata però è comunque molto difficile viverci. C’è un bagno per dieci persone con una sola lavatrice all’interno e questo crea spesso litigi. Le stanze sono molto piccole e in ognuna di esse vivono almeno tre persone. Io abito con un ragazzo ma ora lui lavora fuori e quando torna cerchiamo di aiutarci a vicenda. Nella camera ho un lavandino per lavare le mani e i piatti e per cu- cinare uso la bombola e una piccola macchina del gas. Primo usavo la piastra elettrica ma saltava troppo spesso la corrente e l’ho tolta.
Nel palazzo c’è un ristorante e un negozio di alimentari. Con il ricavato del ristorante si comprano le cose per fare le pulizie, c’è una persona pagata che se ne occupa.
Ci sono degli spazi che utilizziamo per stare insieme e per celebrare matrimoni o anche riti funebri. Mi sento a casa quando sono a Selam ma noi vorremmo una casa popolare e un lavoro. Io in particolar modo vorrei trovare una stanza in affitto. Oggi so che gli italiani non stanno bene ma noi stranieri stiamo molto peggio. Ora in Eritrea non si sta bene, non c’è un governo giusto e non si sono mai svolte elezioni, e devi stare at- tento a non finire in galera perché se ci entri non ne esci più. Se la situazione fosse migliore tornerei subito, anche oggi! Mio padre è morto nel 2015, ma sento spesso la mia famiglia. Mio fratello è in Sud-Arabia, un altro sta in Calabria e le mie tre sorelle, tutte sposate, sono in Eritrea. Ci parlo più di una volta a settimana anche se la linea non funzione bene. Prima, quando lavoravo, inviavo loro anche un po’ di soldi ma ora non me lo posso più permettere.

Il caso di John e Alex. Una storia di diritti negati… a lieto fine

Tra i numerosi utenti dello sportello sociale di Cittadini del Mondo, che hanno avuto difficoltà per il rinnovo o il primo rilascio del permesso di soggiorno a causa di un abuso compiuto dall’ufficio immigrazione della Questura di Roma, alcuni sono meritevoli di attenzione in quanto le vie legali si sono strettamente legate con quelle sanitarie.
È il caso di due gemelli nati prematuri, alla 27esima settimana e in sofferenza fetale. I bambini presentano fin da subito problematiche legate allo sviluppo cognitivo e motorio, necessitano perciò di un pediatra che possa regolarmente visitarli, una presa in carico da parte del TSMREE (Tutela della Salute Mentale e Riabilitazione in Età Evolutiva) per quanto concerne l’inizio immediato di una riabilitazione neuropsicomotoria (ancora in corso), l’accesso alla procedura di invalidità e accompagnamento e alla Legge 104.
I minori accompagnati seguono come ogni minore di nazionalità terza le sorti burocratiche del genitore che ne ha carico, in questo caso la madre. La signora si è infatti prontamente recata presso l’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma sito in Via Patini 23 per richiedere il primo rilascio del permesso di soggiorno per i due gemelli. L’ufficio le ha negato tale rilascio consegnandole un provvedimento di diniego previsto dall’art. 10 bis della L.241/1990 a fronte della sua richiesta.
Questo strumento introdotto nel nostro ordinamento attraverso la Legge n. 15 del 2005 prevede che la Pubblica Amministrazione (l’Ufficio Immigrazione) nel procedimento ad istanza di parte (la richiesta di rilascio del permesso per i gemelli), debba comunicare i motivi che giustificano il diniego prima di formulare un provvedimento che modifichi la sfera individuale del soggetto. Rigettando la richiesta di primo rilascio del permesso per i gemelli per mancanza del requisito della residenza, l’amministrazione ha commesso un profondo abuso. I requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno, e in particolare per il primo rilascio, sono per legge ben altri e non attengono alla residenza.

La madre dei gemelli è di origine eritrea, ha un permesso accordato dalla Commissione Territoriale di Siracusa nel 2011 rilasciante la protezione internazionale per status (rifugiato politico) e vivendo a Palazzo Selam da prima del 2014 è residente nella medesima via in cui è ubicato il palazzo: Via Arrigo Cavalieri 8. Questo indirizzo non è più accettabile come valido per la registrazione anagrafica in quanto a partire dal 28 marzo 2014, l’art. 5 della legge Renzi-Lupi stabilisce che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.” A partire da questo momento perciò tutti i nuovi arrivati a Palazzo Selam sono stati registrati all’ufficio anagrafe con l’indirizzo di residenza fittizia Via Modesta Valenti.
L’abuso dell’amministrazione si rintraccia nel fatto che la legge non prevede nei requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno quello della residenza.
I primi problemi nella lunga trafila di operazioni amministrative e legali che la madre ha dovuto affrontare per l’accesso a i servizi di cui sopra è stata in primis l’assegnazione di un pediatra. Sono infatti dovute intervenire le operatrici dell’associazione e la sua presidente, la Dott.ssa Donatella d’Angelo, affinché venisse spiegato agli uffici della ASL che i gemelli pur non disponendo ancora di un permesso di soggiorno proprio avessero pieno diritto ad un pediatra. Il minore non può mai essere considerato come irregolare ai sensi dell’art. 19 del TUI (testo unico sull’immigrazione), inoltre l’art. 35 della medesima legge e la Convenzione Onu art. 24 per i diritti del fanciullo garantiscono il diritto di ogni minore a beneficiare dei servizi sanitari senza alcuna discriminazione indipendentemente dalla loro nazionalità, regolarità del soggiorno o apolidia. Va sottolineato in più che il diritto all’assistenza sanitaria nella Legge “Salvini” del 2018, o meglio nella relazione illustrativa al decreto, precisa che l’esclusione dall’iscrizione anagrafica non pregiudica l’accesso al servizio sanitario così come previsto nell’accordo in materia sanitaria sottoscritto da Governo, Regioni e Province autonome il 20/12/2012.
L’ASL in quella sede ha provvisoriamente accordato ai gemelli l’iscrizione al servizio sanitario e quindi al pediatra fino a novembre 2019. Il pediatra ha poi prodotto l’impegnativa necessaria per l’inizio immediato del percorso neuropiscomotorio per entrambi i bambini.
L’accesso invece alla procedura di invalidità e alla Legge 104 è stata soltanto avviata, poiché una volta che fosse stata accordata dai medici legali dell’INPS poteva essere fruibile soltanto tramite l’apertura di un conto postale nominale dei gemelli con gestione del genitore a carico e anche in questo caso non è stato possibile aprire il conto poiché veniva richiesta l’esibizione di un documento di riconoscimento, ovvero del permesso di soggiorno.

L’associazione ha così contattato un’avvocatessa dell’ASGI, disponibile per la rappresentanza legale dei due gemelli, in regime di gratuito patrocinio, che ha avviato un ricorso ex. art. 700 cpc.
Si tratta di un rimedio atipico, esperito soltanto laddove l’ordinamento non preveda una specifica tutela a fronte dell’immediato pregiudizio che sta subendo un determinato di diritto. In questo caso i gemelli non disponendo di un loro personale permesso di soggiorno (a cui avrebbero dovuto accedere seguendo la protezione accordata dallo stato italiano nei confronti della loro madre) vedevano pregiudicati i loro diritti fondamentali: diritto alla salute esercitato tramite un pediatra di fiducia, accesso alle cure necessarie data la loro disabilità, i diritti economici e sociali legati al riconoscimento della loro grave invalidità. L’avvocatessa ha perciò formulato una diffida a mezzo PEC nei confronti dell’ufficio immigrazione a cui non è seguita nessuna risposta. A fronte di tale silenzio la legale ha depositato un ricorso presso il tribunale ordinario di Roma, nella sezione diritti della persona e immigrazione, richiedendo l’immediato rilascio del permesso di soggiorno per i due gemelli. Il tribunale di Roma nell’estate del 2019 ha emesso un decreto con accoglimento totale rispetto alla pretesa avanzata dalla madre dei due gemelli ordinando alla Questura interessata non solo il primo rilascio del permesso dei gemelli ma anche l’immediato rinnovo del permesso della madre, in modo da consentire che il percorso temporale dei tre permessi fosse nel tempo sempre lo stesso. Va anche sottolineato che la madre dei gemelli ha potuto ritirare tale permesso soltanto a ottobre 2019 malgrado la data del decreto sopra menzionato fosse antecedente di parecchi mesi.
Soltanto da pochissimo tempo perciò è stato possibile aprire i conti postali nominali su cui i due gemelli possono ricevere le pensioni di invalidità e accompagnamento.