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Tutela del diritto alla residenza e all’accesso ai servizi per i titolari di protezione internazionale

Il progetto è stato realizzato da maggio a dicembre 2018 grazie al contributo economico di Roma Capitale – Dipartimento Politiche Sociali. che ne ha finanziato quasi interamente le attività. L’implementazione del progetto ha consentito ad operatori e volontari dell’Associazione Cittadini del Mondo di effettuare un’efficace mappatura degli utenti dello sportello socio-sanitario, al fine di orientare ed indirizzare i beneficiari verso le procedure di iscrizione anagrafica a Via Modesta Valenti e verso l’accesso ai servizi territoriali. Tale attività era già stata avviata dagli operatori dell’Associazione nell’anno precedente all’avvio del progetto, in seguito alla delibera comunale che annullava le precedenti residenze virtuali. In questa fase sono stati informati ed indirizzati tutti coloro che risultavano avere valida iscrizione anagrafica presso le associazioni di privato sociale autorizzate a rilasciare residenza virtuale prima dell’istituzione di Via Modesta Valenti. Tali utenti hanno avuto così la possibilità di ottenere il cambio residenza accedendo direttamente agli uffici anagrafici. Per garantire l’accesso a tutti gli altri utenti, per i quali la delibera prevede un passaggio obbligatorio al segretariato sociale, è stata concordata con i referenti municipali una procedura che ha previsto la condivisione dell’elenco dei nominativi degli abitanti di Palazzo Selam richiedenti iscrizione anagrafica virtuale a Via Modesta Valenti. In tal modo, da un lato è stata garantita la chiarezza sulla procedura, dall’altro è stato evitato un intasamento dei servizi. Il lavoro è proseguito e si è intensificato con l’avvio del progetto.
Dall’avvio del progetto gli operatori e i volontari dell’Associazione Cittadini del Mondo hanno effettuato una mappatura degli abitanti di Palazzo Selam, registrando in totale 305 accessi, di cui: 239 allo sportello socio-sanitario, che si è svolto ogni giovedì sera all’interno di Palazzo Selam; 66 allo sportello sociale, che si è svolto ogni mercoledì e sabato mattina nei locali della Biblioteca Interculturale. Oltre il 40% delle richieste al momento dell’accesso sono state relative alla residenza e all’iscrizione al sistema sanitario. Inoltre, in fase di monitoraggio sono stati rilevati i seguenti risultati:

  • 67 utenti hanno ottenuto l’iscrizione anagrafica all’indirizzo virtuale Via Modesta Valenti;
  • 51 utenti hanno effettuato l’iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale;
  • 5 minori hanno effettuato l’accesso e sono stati presi in carico dal TSMREE territoriale;
  • 6 madri hanno ricevuto supporto nella richiesta di tariffa agevolata per la mensa scolastica.
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Prefazione di Nils Muiznieks al Secondo Rapporto “Palazzo Selam: la città invisibile”

In occasione di una visita in Italia come Commissario del Consiglio Europeo per i Diritti Umani, insieme al mio team ho visitato Selam Palace all’inizio di giugno 2012. Ho appreso che Selam Palace rappresenta “Il Palazzo della vergogna”, un ammonimento per il governo italiano a fronteggiare le molteplici criticità legate all’emergenza e alla persistenza di occupazioni di rifugiati come questa. Selam è un edificio universitario abbandonato nella periferia di Roma, che è diventato una casa per oltre 800 persone, prevalentemente titolari di protezione internazionale.

È stato il primo palazzo occupato che ho visitato durante il mio mandato di 6 anni. Sfortunatamente, ho scoperto tanti altri posti simili in diverse città europee, posti disperati con condizioni sanitarie terribili, abitati da persone che hanno vissuto traumi, malattie, fame e guerra, ma che hanno lottato ogni giorno per difendere la propria dignità e che sopra ogni cosa vogliono ricominciare una nuova vita per se stessi e per le proprie famiglie.

In Italia, così come in molti paesi europei, i nuovi arrivati sono ostacolati in questo proposito dall’assenza di supporto da parte delle istituzioni locali e nazionali che non hanno ancora messo in atto adeguate politiche d’integrazione. Molte delle persone che ho incontrato a Selam Palace mi hanno mostrato i documenti rilasciati dal governo italiano che attestavano il loro status di rifugiati politici o titolari di protezione sussidiaria. In altre parole, sono legalmente residenti perché il governo ha riconosciuto la loro necessità di protezione. Tuttavia, per molti, questo è stato tutto l’aiuto ricevuto; altrimenti sarebbero stati completamente abbandonati a loro stessi.

Fortunatamente, ci sono italiani che vogliono aiutare. E un importante aiuto agli abitanti di Selam Palace è dato dall’Associazione Cittadini del Mondo, presieduta dalla Dottoressa Donatella D’Angelo, che fornisce da molti anni assistenza sanitaria e altre forme di supporto all’interno del Palazzo. Gli attivisti di Cittadini del Mondo rappresentano ciò che di meglio possa offrire l’Italia: ospitalità, generosità nel rispondere ai bisogni, determinazione nell’aiutare le persone fragili e vulnerabili che sono sbarcate sulle coste italiane in un numero crescente negli ultimi anni. Sebbene singoli attivisti e organizzazioni non governative possano contribuire ad alleviare le sofferenza, non possono compensare del tutto l’assenza di politiche coordinate di lungo termine.

Posti come Selam Palace non dovrebbero esistere. Idealmente, ogni paese europeo dovrebbe avere delle adeguate politiche di integrazione di lungo termine che aiutino i rifugiati e gli altri titolari di protezione internazionale a costruirsi una nuova vita nei loro nuovi paesi ospitanti. Il riconoscimento di uno status definitivo è solo una piccola parte delle politiche d’integrazione. | nuovi arrivati non dovrebbero cercare sistemazione nelle strade o in edifici abbandonati, ma dovrebbero prima di tutto essere accolti in centri preposti a tale scopo, potendo poi contare su assegnazione di case popolari e altre forme di alloggi agevolati, prima di essere in gradi di provvedere con i propri mezzi a una sistemazione regolare. Ma sopravvivere pagando un affitto richiede dei mezzi di sostentamento. Ciò implica che i titolari di protezione internazionale ricevano assistenza sociale e un canale di accesso rapido al mercato del lavoro, anche attraverso forme di apprendistato. Per molti, un requisito fondamentale per trovale lavoro è lo studio della lingua italiana e altre tipologie di formazione, che potrebbero aprire le porte a una partecipazione più completa, su base paritaria, alla vita sociale, economica e politica. Molti abitanti di Selam Palace sono arrivati in Italia da soli, lasciando le loro famiglie nei paesi d’origine, spesso in situazioni di pericolo. Politiche di integrazione di lungo periodo vedrebbero i benefici prodotti dall’agevolazione dei ricongiungimenti familiari, poiché è difficile integrarsi se si è costantemente preoccupati del destino dei propri cari.

Il mio incontro con gli abitanti di Selam Palace non è stato semplice, perché avevano visto molte altre personalità di alto livello andare e venire, e la loro tolleranza per i discorsi fini a se stessi era notevolmente diminuita. Gli ho detto che non avrei fatto false promesse, ma che avrei sollevato il problema della loro condizione di fronte alle autorità italiane e avrei cercato di attirare l’attenzione dei media rispetto alla loro condizione critica. Dopo la mia visita, ho parlato dell’esperienza a Selam Palace con i media italiani e internazionali, e alcuni giornalisti hanno continuato a mostrare interesse verso il Palazzo. Ho sentito la necessità di affrontare il problema di Selam Palace in un report sull’Italia e nella pianificazione di attività di follow-up. Ma da quello che Cittadini del Mondo mi ha raccontato, la situazione è rimasta praticamente invariata negli ultimi sei anni.

Con questa breve introduzione, voglio cercare di mantenere la promessa fatta agli abitanti di Selam Palace di continuare a ricordare al mondo la loro esistenza. Saluto Cittadini del Mondo e in particolare la Dottoressa D’Angelo per il loro inestimabile lavoro e mi auguro di cuore che un giorno si renderà meno necessario perché le istituzioni nazionali e locali si assumeranno le proprie responsabilità e i residenti riusciranno a costruirsi una nuova vita serena.

Nils Muiznieks

Consiglio Europeo – Commissione per i Diritti Umani, Aprile 2012-Marzo 2018

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“Selam Palace – la città invisibile” – Presentazione Secondo Rapporto Giugno 2018

Mercoledì 20 Giugno alle ore 10.30, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, presso la Sala Rossa del Municipio VII, Piazza di Cinecittà 11 Roma, l’Associazione Cittadini del Mondo presenta il secondo Rapporto sulle condizioni di Selam Palace.
All’interno del report vengono presentati i dati raccolti durante l’attività dello sportello socio-sanitario e sono approfondite le principali problematiche sanitarie che interessano le persone presenti nel Palazzo. Inoltre, viene dedicata un’apposita sezione alle testimonianze di alcuni degli abitanti di Selam Palace che, attraverso delle interviste, ripercorrono le tappe principali del loro viaggio per arrivare in Italia e condividono le loro riflessioni sulla vita nel Palazzo.
Selam Palace, stabile situato nel quartiere de La Romanina, è la più grande occupazione abitativa romana. Occupato dal 2006, ospita oggi tra le 700 e le 1000 persone circa. Gli abitanti, provenienti dal Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan), sono titolari di protezione internazionale, che non hanno trovato accoglienza nei centri predisposti dalle autorità romane.
Nils Muižnieks, fino a qualche mese fa Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, visitando Palazzo Selam nel 2012 ha definito le condizioni in cui versa come “sconvolgenti” e ha affermato che esso “può essere considerato rappresentativo della complessiva condizione dei rifugiati in Italia […] L’Italia è relativamente generosa nel concedere lo status di rifugiato, poi però fa ben poco di più”.
L’Associazione Cittadini del Mondo, fin dall’inizio dell’occupazione, opera all’interno del Palazzo con uno sportello di ascolto, assistenza e orientamento sociali e sanitari, dove ogni settimana i volontari e i collaboratori dell’Associazione prestano assistenza alle persone, orientano ai servizi territoriali, e intercettano situazioni di emergenza o particolari fragilità.
L’azione svolta dall’Associazione, tuttavia, non si esaurisce a Palazzo Selam, ma si realizza attraverso altre attività quali: la Biblioteca Interculturale Cittadini del Mondo, nata per favorire l’incontro tra persone di culture differenti e dove i migranti possono trovare libri nella propria lingua d’origine; lo sportello sociale, che fornisce un servizio di informazione e orientamento socio-sanitario, e l’assistenza sanitaria garantita durante tutta la settimana.

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Progetto salute e prevenzione al Palazzo Selam II

A dicembre 2017 si è concluso il progetto “Salute e prevenzione a Palazzo Selam II“, realizzato grazie al contributo della Tavola Valdese. Obiettivo del progetto è stato intervenire nell’ambito della tutela del diritto alla salute dei migranti, con particolare riferimento alla popolazione di titolari di protezione internazionale e richiedenti asilo che si trova all’interno del Palazzo Selam. A tale scopo, sono state realizzate una serie di attività e di incontri informativi, sia all’interno di Palazzo Selam, sia nel locali della Biblioteca Interculturale. Il progetto ha inoltre previsto corsi di lingua italiana volti alla promozione dell’integrazione nel territorio;l’integrazione nel territorio, la conoscenza della lingua e la possibilità di disporre di un reddito sono infatti fattori determinanti nel favorire l’aderenza degli utenti ai percorsi diagnostico-terapeutici. Tra le attività, una di quelle che ha visto la maggiore partecipazione degli alunni delle classi di italiano è stata quella legata al corso di nutrizione, tenutosi nei locali della Biblioteca Interculturale.
Negli incontri, tenuti dal medico nutrizionista Federico Sale, si sono stati trattati i seguenti argomenti: i principali pasti della giornata (colazione, pranzo, cena), e le patologie più diffuse legate all’alimentazione attraverso un approccio interattivo che ha visto i partecipanti del corso direttamente coinvolti, al fine di capire quali sono le problematiche e come risolverle con una corretta alimentazione. L’obiettivo del corso è stato quello di costruire principalmente una dieta alimentare che fosse il risultato dell’incontro tra la cultura culinaria italiana e quella di provenienza dei partecipanti.

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Residenze fittizie, ancora lontani da una vera soluzione

Nei giorni scorsi una delibera della Giunta di Roma ha istituito in tutti i municipi la possibilità di iscrizione anagrafica presso la residenza fittizia “Via Modesta Valenti”. Questa novità, di primo acchito, potrebbe far brillare gli occhi degli operatori delle organizzazioni che ogni giorno si scontrano con le difficoltà legate alla residenza anagrafica per le persone in situazioni di precarietà sociale. Ma cosa sono le residenze fittizie e a che servono? Quali sono le criticità della disciplina e cambierà davvero in meglio dopo questa delibera? Cittadini del Mondo prova a rispondere a queste domande, presentando 3 casi pratici.

Residenza anagrafica e residenza fittizi: cosa sono ed a che servono?
Secondo il diritto italiano, la residenza è il luogo dove una persona ha la propria “dimora abituale”. Quell’indirizzo sui nostri documenti di identità non soltanto serve a rintracciarci e a ricevere comunicazioni importanti, ma è il presupposto essenziale per esercitare determinati fondamentali diritti civili politici e sociali. Ad esso è collegato l’accesso alle prestazioni di assistenza sociale e sanitaria: è ad esempio il presupposto per l’individuazione delle scuole, degli asili, della ASL o dei servizi sanitari territoriali di competenza (Centri di Salute Mentale, Consultori, TSRMEE, Servizio per le tossicodipendenze Ser.t, fruibili in base alla zona di residenza) e per la scelta del medico di base. Per gli stranieri, il possesso di un indirizzo di residenza valido è uno dei presupposti per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Non tutte le persone hanno però una “dimora abituale”: basti pensare ai senza fissa dimora. Più frequentemente, le persone hanno una dimora abituale che però non può essere riconosciuta come residenza anagrafica: è il caso dei migranti che vivono per brevi periodi nei centri d’accoglienza, o di coloro che vivono in strutture occupate, o ancora delle migliaia di persone che nelle grandi città come Roma non hanno un contratto d’affitto. La precarietà abitativa è trasversale, interessando persone di tutte le nazionalità e di diversi status sociali.
Per ovviare in parte a questi problemi e per cercare di garantire pari diritti a tutti i cittadini, in Italia già da anni è presente la cosiddetta “residenza fittizia” (o “virtuale”). Si tratta essenzialmente di un indirizzo di residenza che non corrisponde al luogo di effettiva dimora, e che permette anche alle persone che vivono in situazione di precarietà abitativa di accedere ai servizi del territorio.
A Roma dal 1995 alcune organizzazioni del privato sociale sono autorizzate a rilasciare “residenze fittizie” (il Centro Astalli, una di queste organizzazioni, soltanto nel 2014 ha rilasciato 6.095 domiciliazioni); già da allora questa delega ha comportato un completo passaggio di competenza della questione delle residenze dalle istituzioni al privato sociale, con conseguente disomogeneità nella pratica dell’assegnazione degli indirizzi fittizi. Ogni associazione del privato sociale ha infatti le proprie regole e richiede requisiti diversi per l’assegnazione della residenza, e spesso ottenerla non è facile né scontato (vedi il paragrafo “Un secondo caso”). Inoltre, la situazione di mancata regolamentazione e di totale “abbandono” da parte istituzioni ha portato nel tempo ad alcune derive di illegalità, come il rilascio di alcuni indirizzi di residenza fittizia a pagamento a persone o imprese per fini criminali (come denunciato un paio di anni fa dalla trasmissione Report nella sua inchiesta sui “Paradisi Romani”).
Un’altra problematica legata alla pratica delle residenze fittizie è legata alla localizzazione degli indirizzi virtuali: le organizzazioni del privato sociale delegate al rilascio, infatti, sono situate nel I Municipio, che di conseguenza nel corso del tempo ha registrato presso la propria anagrafica un enorme numero di persone la cui effettiva dimora si trova in un altro Municipio di Roma più periferico. Già da tempo Cittadini del Mondo ha evidenziato le irregolarità e i vari risvolti di questa procedura.
Chiaramente la situazione non è confinata ad una serie di dinamiche puramente romane, anzi: la matassa si ingarbuglia sempre di più quando le persone vivono a Roma ma hanno una residenza anagrafica in un’altra regione. È il caso, ad esempio, dei migranti che soggiornano per un certo periodo in un centro d’accoglienza del Sud e si trasferiscono a Roma dopo qualche mese: in questi casi i servizi delle diverse regioni si rimpallano le responsabilità, negando la propria competenza sul caso in questione, obbligando a volte le persone a lunghi viaggi per questioni fondamentali come il rinnovo di un permesso di soggiorno, quando la soluzione più facile sarebbe stata una banale coordinazione tra i servizi delle diverse regioni.

Quali le conseguenze di tutti questi ostacoli?
Come abbiamo detto precedentemente, la residenza anagrafica è uno dei requisiti per fruire di alcuni servizi fondamentali, come i servizi sanitari e i servizi sociali, ma anche per rinnovare il permesso di soggiorno. Per una persona che vive in condizioni di precarietà abitative e che ha un problema di salute, o deve mandare i bambini a scuola, o ancora ha il permesso di soggiorno in scadenza, a volte ottenere un indirizzo di residenza è tanto indispensabile quanto difficile. Queste persone spesso rimangono impantanate tra gli ostacoli alla regolarizzazione della loro posizione: da un lato il sistema (per un motivo o per un altro) impedisce loro di acquisire un indirizzo di residenza, da un altro è impossibile accedere ad alcuni servizi senza una residenza. E non sempre la residenza fittizia è una soluzione attuabile: le associazioni che la rilasciano sono spesso sature, oppure esse stesse pongono dei requisiti che le persone non possono soddisfare (vedi “Un primo caso”). Basti pensare ad una persona con un permesso di soggiorno scaduto: la Prefettura richiede un indirizzo di residenza per il rinnovo, e contemporaneamente le principali associazioni chiedono un permesso di soggiorno valido per il rilascio della residenza. Di fatto, gli ostacoli all’ottenimento di una residenza portano le persone ad uno stato di irregolarità e impediscono loro di fruire di alcuni diritti che gli dovrebbero essere garantiti per legge (vedi “Un terzo caso”).

Quali possibili soluzioni?
Le istituzioni competenti dovrebbero affrontare in modo determinato ed organico la questione delle residenze fittizie, che da anni lede i diritti delle persone più vulnerabili. La definizione di una soluzione non spetta al privato sociale; nonostante ciò, le organizzazioni che lavorano nel sociale sono da sempre a contatto con gli utenti e le loro difficoltà, e potrebbero essere utilmente coinvolte in un dialogo con le istituzioni per l’elaborazione di una soluzione concreta e realizzabile.
Cittadini del Mondo da anni sostiene che l’unica procedura attuabile sarebbe l’istituzione di un indirizzo di residenza fittizia rilasciato – tramite procedure asciutte che non sovraccarichino i servizi sociali – da ogni Municipio romano. Questo da una parte permetterebbe l’iscrizione anagrafica delle persone presso il Municipio dove effettivamente dimorano, e dall’altra riporterebbe nelle mani delle istituzioni una questione così strettamente legata alla fruizione di servizi fondamentali per la persona. È necessario inoltre un coordinamento delle istituzioni e degli erogatori dei servizi territoriali – a livello nazionale e locale – sul tema delle residenze, in modo tale che gli indirizzi di residenza fittizia possano essere accettati diffusamente e possano garantire un effettivo accesso ai servizi territoriali stessi.

Qual è la situazione attuale a Roma?
Dall’estate del 2015 una delibera comunale permette alle persone con residenza fittizia di non essere iscritte esclusivamente presso l’anagrafica del I municipio, ma anche di altri municipi. Questo sta in parte (e lentamente) ovviando al problema sopracitato del “sovraccarico” del I Municipio, ma la procedura di assegnazione ad altri municipi non è standardizzata né trasparente. I criteri di assegnazione ad altri Municipi non sono chiaramente stabiliti e sono secondari alle disponibilità dei municipi stessi di accettare le iscrizioni (vedi “Un primo caso”).
Nei giorni precedenti una delibera della Giunta di Roma ha istituito delle sezioni “decentrate” nei vari municipi dell’indirizzo di residenza fittizia “Via Modesta Valenti” (indirizzo già utilizzato, a livello comunale, per i senza fissa dimora). Il rilascio di questo indirizzo sarà secondario ad un intervento del Servizio Sociale del municipio, che dovrà attestare caso per caso “la condizione soggettiva di disagio” della persona. Considerata la situazione di sovraccarico attuale dei Servizi Sociali municipali, non ci sembra che questa risoluzione ammorbidirà la questione delle residenze per le persone in condizioni di precarietà abitativa: restiamo dunque ancora in attesa di una soluzione attuabile, duratura e decisiva (NDR: una preoccupazione condivisa anche dagli enti di tutela).

Un primo caso: una residenza a cavallo di tre municipi
A è un giovane titolare di protezione internazionale che vive nel Palazzo Selam, un edificio occupato da circa 1000 persone (anch’esse, nella maggior parte dei casi, titolari di protezione internazionale) provenienti dal Corno d’Africa. Palazzo Selam è in zona La Romanina, alla periferia sud-est di Roma, nel Municipio VII (per un approfondimento sul Palazzo Selam dai un’occhiata qui). Come per molte persone che vivono al Palazzo Selam, la sua residenza è in via degli Astalli (una delle principali residenze fittizie di Roma, rilasciata dalla Comunità di Sant’Egidio), nel territorio del Municipio I; la sua iscrizione anagrafica nonostante ciò è nel Municipio VI. Una delibera comunale del 2015, infatti, stabilisce che le iscrizioni anagrafiche delle persone in possesso di una residenza fittizia non debbano essere obbligatoriamente vincolate al Municipio in cui l’indirizzo di residenza si trova; questo dovrebbe teoricamente permettere sia di non sovraccaricare l’Ufficio Anagrafico del Municipio I, sia di garantire il “principio di prossimità” per cui ogni cittadino dovrebbe afferire ai servizi territoriali del municipio dove effettivamente vive. In realtà l’assegnazione all’uno o all’altro municipio è spesso arbitraria: A vive nel Municipio VII, ha una residenza del Municipio I ma è iscritto all’ufficio anagrafico del Municipio VI. Ha dei problemi di salute e dovrà fare degli accertamenti medici: dovrà fare riferimento per questo ai servizi territoriali del Municipio VI.

Un secondo caso: residenze fittizie e privato sociale
Anche H è un giovane titolare di protezione internazionale che vive nel Palazzo Selam. In passato la sua residenza anagrafica fittizia si trovava presso via degli Astalli, ma da qualche tempo gli è stata cancellata per “irreperibilità”. La cancellazione per irreperibilità da questa residenza fittizia è in realtà molto comune: da una parte ci sono le esigenze dell’organizzazione rilasciante, che è sovraccarica di richieste e ha bisogno di stabilire un criterio per il mantenimento dell’iscrizione. Dall’altra però è molto comune che un ragazzo come H diventi “irreperibile” non per disinteresse o scarsa collaborazione: i giovani rifugiati cambiano spesso numero telefonico, secondo le offerte dei vari operatori, o andando incontro ad esigenze di altri connazionali, o per indisponibilità di un telefono cellulare. Sta di fatto che H non può più richiedere una residenza fittizia presso via degli Astalli (la precedente cancellazione è criterio di esclusione), e il suo permesso di soggiorno è in via di scadenza. Gli operatori di Cittadini del Mondo fortunatamente si sono velocemente resi conto del problema, e H adesso ha appuntamento presso un’altra organizzazione rilasciante residenze fittizie. Speriamo che riuscirà ad ottenerne una in tempi brevi, altrimenti la mancanza di una residenza anagrafica gli renderà impossibile rinnovare il suo permesso di soggiorno per asilo politico e la sua permanenza in Italia – che dovrebbe essere tutelata dalla normativa nazionale ed internazionale – diventerà improvvisamente e paradossalmente irregolare.

Il terzo caso: la violazione del diritto alla salute
Il caso di E è uno tra quelli che più angustia gli operatori di Cittadini del Mondo. E è una donna anziana, sola in Italia, con molti problemi di salute. Anche lei vive a Palazzo Selam; subito dopo il suo arrivo in Italia, ormai molti anni fa, le era stata riconosciuta una protezione internazionale. Per problematiche di non comprensione della lingua, o per un malinteso con i datori di lavoro o con gli uffici preposti, al momento del rinnovo del permesso di soggiorno ha scelto di convertirlo in un permesso per motivi di lavoro. Qualche tempo fa, com’è prassi, ha presentato alla Questura di Roma domanda di rinnovo del suo permesso di soggiorno, dichiarando una residenza fittizia. La Questura ha però rifiutato la domanda, in quanto gli indirizzi di residenza fittizia possono essere considerati validi ai fini del rinnovo esclusivamente di permessi di soggiorno per protezione internazionale: come titolare di un permesso per motivi di lavoro dovrebbe presentare un indirizzo di residenza reale. La signora E ha però urgente bisogno di cure mediche, viste le sue condizioni di salute precarie; per poter accedere alle cure è stata costretta a richiedere un codice STP, cioè il codice che viene rilasciato – al posto di un codice fiscale – agli Stranieri Temporaneamente Presenti in Italia. Com’è facilmente intuibile, questo codice non potrebbe essere rilasciato ad una persona che viva da così tanti anni in Italia e che per legge dovrebbe essere obbligatoriamente e gratuitamente iscrivibile al Sistema Sanitario. Anche in questo caso, la mancanza della residenza impedisce ad una persona in condizioni di estrema vulnerabilità di fruire di un diritto che per legge le dovrebbe essere garantito.

Livia Maria Salvatori

(Articolo pubblicato su Open Migration)

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La residenza fittizia e il luogo di dimora abituale: un rapporto da ripristinare per garantire la prossimità delle Istituzioni

L’Associazione Cittadini del Mondo dal 2006 si occupa del problema della residenza anagrafica dei titolari di protezione internazionale, con particolare riferimento alla popolazione del Palazzo Selam. Nel corso degli anni ha portato avanti azioni di advocacy affinché gli abitanti del Palazzo potessero ottenere la residenza anagrafica presso lo stabile, riuscendo nel 2013 a portare a termine questo progetto; la legge Lupi del 2014 ha bloccato però tale soluzione, rendendo impossibile agli abitanti di strutture occupate l’ottenimento della residenza presso le stesse strutture.
A Roma, per sopperire alle problematiche relative alla precarietà abitativa dei titolari di protezione internazionale ed umanitaria, vige la pratica dell’assegnazione di “residenze fittizie” (che dunque non corrispondono all’effettivo domicilio) presso la sede di organizzazioni di volontariato. Cittadini del Mondo ha sempre sostenuto che tale pratica debba essere modificata, in quanto mistifica la reale distribuzione dei rifugiati sul territorio romano (e, di conseguenza, giustifica una compartimentazione delle risorse tra i vari Municipi sbilanciata rispetto alle reali esigenze) e vincola i rifugiati alle Organizzazioni di Volontariato.
Nella seguente relazione, l’associazione Cittadini del Mondo specifica i principi della residenza anagrafica e della residenza fittizia per i titolari di protezione internazionale, oltreché i problemi che la situazione romana attualmente presenta al riguardo.
Chiede infine che per garantire la tutela dei diritti dei rifugiati la residenza fittizia venga assegnata dal Municipio di effettivo domicilio (presso l’indirizzo “Via Modesta Valenti“) tramite una procedura snella e facilmente attuabile, adatta all’elevato numero di richieste.

La residenza anagrafica è il presupposto essenziale per esercitare determinati fondamentali diritti civili politici e sociali ed ha pertanto un ruolo chiave nella realizzazione di una piena cittadinanza. Quest’ultima dovrebbe essere intesa non solo come status cui sono collegati importanti diritti e doveri ma anche come praticamente la partecipazione effettiva, concreta alla vita ed al governo della società. La residenza è uno strumento fondamentale per garantire l’integrazione sociale.
Ad essa è collegato l’accesso alle prestazioni in materia di assistenza sociale ed a determinate prestazioni sanitarie: è ad esempio il presupposto per l’individuazione dell’ASL di competenza per l’accesso ai servizi sanitari territoriali (Centri di Salute Mentale, Consultori, TSRMEE, Servizio per le tossicodipendenze Ser.t, fruibili in base alla zona di residenza) e la scelta del medico di base.
Ha in tal senso una funzione ancora più importante per coloro che vivono in condizione di emarginazione, precarietà, disagio socio-economico, fragilità.
L’istituzione della residenza anagrafica fittizia per i cittadini senza fissa dimora è stata istituita nell’ordinamento italiano con la Legge n.1228/54 per garantire l’uguaglianza dei cittadini, parità di trattamento e l’esercizio dei diritti e doveri fondamentali. L’art. 2, comma 3 della legge anagrafica n. 1228/54, modificato dalla L. n. 94/2009, prevede che “la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune dove ha stabilito il proprio domicilio”.
Il diritto alla residenza viene, in tal modo, preservato nonostante la precarietà della condizione di vita della persona, essendo un diritto soggettivo. E’ qui stabilito il fondamentale legame tra residenza e luogo di vita, di dimora abituale.
Il legislatore già nel 1954, con la Legge n.1228 (e poi con il “Regolamento Demografico della popolazione residente” DPR n. 223 del 1989), aveva stabilito che ogni Comune avrebbe dovuto aprire una posizione anagrafica per le persone senza fissa dimora attribuendogli un indirizzo fittizio (“via della casa comunale” è il più usato) ma non tutti i Comuni si sono adeguati istituendo la residenza fittizia; vi è pertanto a livello nazionale una situazione non omogenea con pesanti ripercussioni in termini di esigibilità dei diritti.
Si evidenzia come il dispositivo della residenza fittizia possa esplicare al meglio la sua funzione di integrazione sociale e salvaguardia dell’esercizio dei diritti sociali politici e civili fondamentali se rilasciata dal Municipio o dal Comune più prossimo al luogo di vita del cittadino.

Il Comune di Roma nel 1994-1995 ha stabilito che questa potesse essere rilasciata anche da determinate organizzazioni di volontariato con il fine di favorire una presa in carico della persona da chi stava operando sul territorio per la sua integrazione e tutela.
Il servizio di queste associazioni, che doveva essere sussidiario al rilascio della residenza fittizia “comunale”, è nella realtà divenuto il principale canale di acquisizione della residenza fittizia con alcune importanti conseguenze:

  • l’alta discrezionalità nel rilasciare tale residenza da parte di queste associazioni;
  • una maggiore difficoltà per chi è legittimamente non intenzionato a farsi seguire da queste organizzazioni ad ottenere la residenza fittizia;
  • la non uniforme distribuzione sul territorio del rilascio di tali residenze (che determina una conseguente concentrazione in alcuni Municipi dell’accesso ai Servizi Sociali e sanitari senza un reale corrispondenza rispetto al territorio dove la persona vive);
  • la sovrapposizione tra l’accesso ad un diritto fondamentale come quello della residenza con l’erogazione di prestazioni socio – assistenziali ad opera di organizzazioni del privato sociale;
  • le sempre maggiori difficoltà gestionali con lunghe liste d’attesa a causa del crescente numero dei richiedenti anche legate alla ricezione della posta.

Al fine di vigilare sull’operato di tali organizzazioni venne istituito nel 1997 l’Osservatorio delle Povertà Emergenti, ma con pochi risultati: alcune associazioni sono state scoperte a chiedere denaro in cambio del rilascio della residenza, motivando tale richiesta come necessaria per la registrazione all’associazione.
Ma tale sistema si è rivelato inadeguato nel gestire efficacemente il fenomeno, a fronte della costante crescita del numero dei cittadini che negli anni ha richiesto il rilascio di una residenza fittizia o perché senza fissa dimora o perché impossibilitati a prendere la residenza nel luogo di abituale ed effettiva dimora (poiché alloggiano in sistemazioni precarie, in stabili occupati, ospiti presso terzi, in sub affitto o in affitto al nero).

A causa del sempre più alto numero di richieste, nel 2002 è stata istituita la residenza anagrafica intitolata “Via Modesta Valenti” 4 (D.G.C. n. 84/2002) presso ogni Municipio. Tale servizio è da ritenersi indispensabile per la persona che intenda seguire un percorso di reinserimento sociale e che, abitualmente presente sul territorio, sia priva di un domicilio eleggibile a residenza. La posizione anagrafica di via Modesta Valenti infatti consente il pieno godimento di alcuni diritti che la condizione di senza fissa dimora preclude, tra cui accedere ai servizi sociali e determinati servizi sanitari, iscriversi alle liste di collocamento, iscriversi alla Camera di Commercio, ottenere i documenti d’identità e le relative certificazioni.
Se da un lato l’istituzione di tale indirizzo gestito direttamente dai Municipi costituisce un’importante passo avanti nell’affermazione di questo diritto soggettivo, secondo una modalità istituzionale svincolata dall’appartenenza ad un’organizzazione privata, dall’altro la portata innovativa della delibera viene stemperata dal fatto che contestualmente in essa viene ridato mandato a determinate organizzazioni di volontariato (e ne individua in tal senso 15, ma che nella realtà saranno molte meno) a rilasciare le residenze fittizie.
Nonostante l’approvazione di tale delibera, nei fatti la gran parte delle residenze fittizie ha continuato ad essere rilasciata da tali associazioni di volontariato anche in relazione alle resistenze dei Municipi nel rilasciare Via Modesta Valenti. In tal modo la gran parte delle persone in condizioni di disagio socio-economico e fragilità sanitaria bisognose di essere prese in carico dai servizi socio-sanitari territoriali si è trovata costretta a chiedere la residenza fittizia nel Municipio dove sono collocate le organizzazioni di volontariato che la rilasciano, per la gran parte nel Municipio I.
E’ il caso di molti degli occupanti di Selam Palace residenti nel Municipio I (Via degli Astalli 14-Centro Astalli, Via Dandolo 10-Comunità S.Egidio, Via G. Giolitti 225 –Casa dei Diritti Sociali Focus) per i quali l’associazione Cittadini del Mondo si è attivata nell’invio/accompagno presso il Segretariato Sociale (“Social Center”) del Municipio VII (anche su indicazione del Servizio Sociale del Municipio I), per richiedere la residenza in Via Modesta Valenti n. 7 senza risultato e nessun tipo di collaborazione.
Si segnala che nel Comune di Roma, a livello di Dipartimento delle Politiche Sociali, si sta provvedendo all’emanazione di una Delibera per obbligare i Municipi a rilasciare la residenza di via Modesta Valenti, ma a tutt’oggi non è stato approvato un provvedimento in tal senso. I Municipi stessi, sordi rispetto riorientamento del Dipartimento, stanno opponendo resistenza al rilascio/richiesta di cambio residenza presso Via Modesta Valenti, facendo valere le residenze rilasciate dalle organizzazioni di volontariato (appellandosi al fatto che non vi è ancora una deliberazione definitiva in merito).
Nel tempo tale servizio si è concentrato inoltre nelle mani di poche organizzazioni, determinando una concentrazione delle residenze fittizie in pochi Municipi; in particolare il Municipio I ne detiene attualmente il maggior numero.

L’Associazione continua a svolgere il suo ruolo di advocacy presso il Municipio VII richiedendo vari incontri con l’Assessore alle Politiche Sociali, con il Presidente del Municipio, la Dirigente UOSECS (Servizi Sociali) e Responsabile dell’Area Organizzativa di Coordinamento Progettuale e gestionale per chiedere chiarimenti intenerenti la questione della residenza a causa della quale molti nuclei familiari (in maggioranza monoparentali e pertanto ancora più fragili) non possono essere presi in carico dai servizi sociali territoriali del Municipio VII.
Riteniamo che uno dei motivi per cui il Comune di Roma ha lasciato che il rilascio di tali residenze rimanesse in mano alle associazioni di volontariato possa risiedere nel fatto che la procedura prevista per il rilascio della residenza fittizia di Via Modesta Valenti prevede un iter amministrativo non del tutto semplice ed alcuni problemi gestionali (come la ricezione della posta personale).
La procedura prevede la mediazione del servizio sociale Municipale; nella D.G.C. n. 84/2002 si stabilisce infatti che la“dichiarazione di disponibilità all’iscrizione anagrafica in “Via Modesta Valenti” avverrà a cura del Servizio Sociale del Municipio di riferimento accreditando così le persone che ne faranno richiesta presso gli Uffici di Anagrafe dei singoli municipi”.
Il cittadino deve pertanto presentare richiesta al Servizio Sociale (e non all’anagrafe) che procede ad effettuare un colloquio volto ad accertare l’effettiva condizione di disagio socio-economico, l’assenza di una dimora fissa o l’impossibilità a prendere la residenza nel luogo di dimora abituale cui segue l’accertamento del Corpo di Polizia Locale NAE (Nucleo Assistenza Emarginati)
Il servizio sociale successivamente fornisce indicazione all’Ufficiale del Servizio Anagrafico di procedere all’iscrizione anagrafica che deve avvenire entro due giorni lavorativi dalla presentazione delle dichiarazioni. Pertanto la valutazione, l’accertamento e la relativa iscrizione anagrafica dovrebbe avvenire entro 48 ore dalla richiesta del cittadino, un arco di tempo sin troppo breve per i pubblici ufficiali.
L’attivazione di tale residenza prevede da parte del soggetto l’accettazione di alcune norme di comportamento, tra cui il mantenimento di contatti periodici con il servizio sociale ed il permanere dei requisiti che ne hanno motivato il rilascio: il venir meno di una di queste due condizioni può determinarne la cancellazione.
Si evidenzia come tale procedura prevedendo la valutazione del servizio sociale per ogni domanda (in un rapporto 1:1) e la successiva periodica verifica del caso risulta abbastanza gravosa per gli uffici pubblici in relazione all’elevato numero delle richieste di residenza fittizia determinando un sovraccarico di lavoro nei servizi sociali già oberati nel far fronte alle innumerevoli urgenti e crescenti necessità dei cittadini. Tali richieste sono andate ulteriormente aumentando con l’approvazione nel 2014 da parte del Governo del Piano Casa, in particolare del cosiddetto “Decreto Lupi” (Decreto Legge n. 47/2014) che ha stabilito l’irregolarità delle residenze prese presso stabili occupati disponendone la cancellazione con l’immediata conseguenza che molte persone si sono trovate a non aver più una residenza ed a doverne chiedere una fittizia.

L’Associazione Cittadini del Mondo intende in tal senso adoperarsi presso le istituzioni competenti (Municipi e Dipartimento Politiche Sociali) per chiedere una tempestiva riforma del sistema di rilascio delle residenze fittizie, in particolare:

  • La progressiva sostituzione delle residenze fittizie rilasciate dalle associazioni di volontariato, situate in prevalenza nel Municipio I, con Via Modesta Valenti dei relativi Municipi dove la persona ha la sua abituale dimora affinché possa essere ripristinato il principio di prossimità. Tale principio è volto a garantire che sia il Servizio Sociale del territorio dove il cittadino di fatto vive e dove ha costruito il suo progetto di vita a prendere in carico la persona per poter garantire un intervento professionale maggiormente appropriato ed efficace. Tale servizio infatti conoscendo a fondo le risorse e le problematiche di quel territorio dispone degli strumenti per intervenire in modo più tempestivo ed efficace nelle situazioni di disagio o dovrebbe essere messo in grado di farlo. La residenza, determinando la competenza territoriale, risulta uno strumento fondamentale per far si che le istituzioni locali prendano in carico i problemi del loro territorio. Questo ha importanti conseguenze anche nella ripartizione delle risorse tra i Municipi ed a livello sanitario tra le ASL, che deve avvenire in modo proporzionale al fabbisogno del territorio. Questo inoltre faciliterebbe in modo rilevante l’accesso dei cittadini ai servizi socio-sanitari ed il mantenimento dei contatti con essi. Per le persone senza fissa dimora che non hanno nemmeno un territorio di riferimento, ovvero per le quali non è individuabile una zona di dimora abituale (poiché si spostano costantemente da un municipio all’altro) o che sono inserite temporaneamente nei centri d’accoglienza, comunque il rilascio di una residenza fittizia gestita dall’amministrazione comunale (in uno degli indirizzi di via modesta valenti, da ripartire equamente tra i Municipi).
  • La modifica e semplificazione del procedimento per il rilascio della residenza fittizia di Via Modesta Valenti, rivedendo il ruolo del Servizio Sociale e predisponendo una procedura di sola registrazione anagrafica (con i relativi accertamenti). Come già accennato secondo la vigente delibera la persona dovrebbe infatti mantenere periodici contatti con il Servizio Sociale per consentire la verifica del permanere delle condizioni che ne hanno portato al rilascio (in tal senso si potrebbe obiettare che non tutte le persone che non possono prendere la residenza presso il loro domicilio necessitano di presa in carico da parte del servizio sociale). La procedura attualmente in essere risulta incompatibile con l’alto numero delle persone che sono state messe nella condizione di richiederla (si pensi alla situazione degli stabili occupati, sempre più numerosi a Roma, dove alloggiano dalle 300 alle 1000 persone). In particolare si pensi alla situazione dello stabile occupato situato in Via Arrigo Cavalieri n. 8 chiamato anche “Palazzo Selam”, di cui l’Associazione si sta occupando dal 2006, dove alloggiano attualmente circa 1000 persone e dove fino a Maggio 2014 era possibile prendere la residenza. Con il “Decreto Lupi” (art. 5 del Decreto Legge n. 47/2014, Piano Casa) non è stato più possibile prendere le residenze presso stabili occupati ed è stata disposta la progressiva cancellazione di tutte le residenze prese presso tali immobili, inoltre tali indirizzi non vengono più accettati dalla Questura di Roma ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno determinando una situazione di negazione dei diritti fondamentali.

 

Linda Passarelli

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Prefazione di Luigi Manconi al Primo Rapporto “Palazzo Selam: la città invisibile”

Nel mese di luglio del 2013, con una delegazione di parlamentari, ho visitato Palazzo Selam, (Selam vuol dire “pace” in amarico), uno stabile occupato poco fuori Roma. Attualmente vi risiedono oltre mille persone, provenienti dal Corno d’Africa, e spesso titolari di una forma di protezione sul nostro territorio nazionale. Una parte è costituita da rifugiati: ovvero da quanti rientrano in quella categoria, solennemente riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che così definisce chi è perseguitato nel proprio paese per motivi di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche.
Il principale connotato degli occupanti di Palazzo Selam è la disponibilità di un certificato di residenza proprio lì dentro. Dal 2006, anno in cui quella struttura è stata occupata, il numero degli abitanti è cresciuto progressivamente, fino a quando, la scorsa estate del caso di Palazzo Selam si è interessato il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, che volle valutare direttamente e in prima persona le condizioni di trattamento riservate ai profughi nel nostro paese. Nel suo report finale, Muiznieks criticò apertamente lo stato di emarginazione dei richiedenti protezione internazionale e il pessimo funzionamento del nostro sistema di accoglienza, definito troppo disomogeneo e lacunoso. Come denunciò in un’intervista rilasciata al Financial Times “ottocento persone vivono abbandonate a loro stesse, con un bagno ogni 250 inquilini e senza nessun servizio di assistenza sociale. Manca, infatti, un adeguato sistema di protezione sociale e di inserimento, e molti rifugiati politici o richiedenti asilo, pur in regola con le norme sul soggiorno, finiscono col vivere in condizione di forte marginalità. Inoltre, la situazione di continua e grave emergenza vissuta dagli abitanti di Selam Palace, ha scosso l’opinione pubblica al punto da essere citata dal presidente Napolitano in occasione del discorso di fine anno”.

E non si può che concordare, soprattutto se si pensa al fatto che nonostante questa situazione, come altre analoghe, sia ormai sotto gli occhi di tutti, il Governo continua a mettere in atto sistemi di accoglienza che hanno già rivelato la loro inefficacia. Allo stesso tempo, continuano a essere assai esigui gli investimenti nei progetti di accoglienza mirati a rendere autonome le persone che ne usufruiscono. Mi riferisco, per esempio, al programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), per ben cinque volte ampliato dal 2012 a oggi, raggiungendo gli attuali 13mila posti, senza che vi sia stato un adeguamento delle relative risorse. Si tratta di un sistema particolare di accoglienza, che dovrebbe garantire non solo vitto e alloggio in un centro, ma anche altri servizi utili al percorso di integrazione. I numeri delle persone accolte sono resi noti annualmente e dicono come quei progetti incidano positivamente sulla vita dei migranti e sulla società intera. Investire in una prima accoglienza significa, infatti, ridurre i rischi che, in una fase successiva, si precipiti in una situazione di irregolarità. È nella primissima fase che il profugo deve essere messo nella condizione di raccontare la propria fuga e le sue ragioni e quelle che lo inducono a chiedere asilo nel nostro paese. L’accoglienza è utile per poter recuperare le energie e investire sul proprio futuro. Se questa possibilità non viene data, le conseguenze possono essere drammatiche. E sono numerosi gli esempi di percorsi di integrazione falliti, proprio perché sono state ignorate le esigenze dettate dall’impatto con un paese totalmente sconosciuto. Tutte queste situazioni, le contraddizioni che suscitano, le speranze che alimentano e le difficoltà che incontrano sono puntualmente visibili in luoghi come Palazzo Selam. Qui opera da anni l’Associazione Cittadini del Mondo che ha attivato in quei locali uno sportello socio sanitario e fornisce assistenza sanitaria e orientamento ai servizi territoriali. L’intera vita del palazzo si affida all’auto regolamentazione attraverso un consiglio interno formato da otto persone, due per ogni etnia lì presente. La convivenza all’interno dell’edificio – certamente anche difficile, affidata a equilibri delicati, e tuttavia pacifica–è resa possibile dalla compatibilità culturale tra le comunità presenti. Ma la condizione in cui si trovano i rifugiati, appare insostenibile: i servizi igienici sono del tutto insufficienti, mancano riscaldamento e acqua calda e, per lavarsi, gli occupanti sono costretti a riscaldare l’acqua su fornellini a gas, utilizzati anche per cucinare il cibo. È inevitabile che, in presenza di simili condizioni, si registrino casi di malattie respiratorie e cutanee, dalle dermatiti alla scabbia; e che siano diffuse le patologie gastroenteriche causate dallo stress. C’è chi si porta ancora dentro gli shock della guerra, della tortura e del viaggio in mare. Tra loro c’è anche chi avrebbe bisogno di cure psichiatriche ma non sempre è in grado di formulare tale richiesta. Totale è l’assenza di interventi pubblici. E nulla, o quasi nulla, viene fatto per garantire agli occupanti l’inserimento sociale, la ricerca di occupazione, l’accesso ai servizi e ai diritti di cittadinanza.
Così la situazione di Selam Palace riflette impietosamente tutta la debolezza del nostro paese nei confronti dei profughi. E infatti, più in generale, l’Italia mostra una singolare avarizia, dal momento che ospita un numero di rifugiati equivalente a un decimo di quelli accolti dalla Germania. Se anche si tiene conto di tutte le differenze tra i due paesi e, in particolare, degli effetti della riunificazione tra le due germanie, lo scarto appare comunque davvero rilevante. Tanto più se teniamo conto che la storia e le lezioni che ci offre, dovrebbero valere anche per l’Italia. Durante la dittatura fascista numerosi oppositori ripararono all’estero, facendosi profughi e “clandestini”, talvolta accolti da governi democratici, talaltra perseguitati da regimi ostili. Sandro Pertini e i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Bruno Buozzi, Leo Valiani e Giorgio Amendola, e migliaia e migliaia di anonimi erano–per tratti politici, sociali e psicologici – molto diversi da chi fugge oggi dalla Somalia o dall’Afghanistan, ma assai simili per molti altri connotati.
La memoria di quella emigrazione politica italiana viene oggi malintesa e maltrattata e, ancora più spesso, totalmente rimossa. E forse questa costituisce una delle ragioni che rendono l’Italia così chiusa e insensibile verso coloro che oggi sono, a loro volta, perseguitati e fuggiaschi in ragione delle loro idee o della loro identità etnica o religiosa o politica.

Luigi Manconi

Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani

 

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