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Donne (e Uomini) Bangladesi

Durante l’attività dello studio di medicina generale della dott.ssa D’Angelo capita spesso di ricevere pazienti stranieri provenienti da diverse parti del mondo. Le storie presentate da un certo gruppo di pazienti colpiscono in particolar modo per caratteristiche comuni che si ripetono ogni volta come una specie di mantra. Sono le storie delle donne che provengono dal Bangladesh. Quelle ricoperte da stoffe coloratissime. Quelle accompagnate in visita sempre dai loro mariti. Quelle che ringraziano attraverso un sorriso silenzioso ed enigmatico. Questa volta, cercando di non cadere in banali generalizzazioni, non discutiamo di un caso singolo ma parliamo della storia di tutte loro perché sembrano tutte seguire un copione ben stabilito, sempre le stesse difficoltà a cui seguono sempre le stesse risposte che si traducono nello stesso effetto, ovvero un isolamento progressivo che inizia dal loro arrivo in Italia e che in mancanza di interventi socio-sanitari efficaci aumenta man mano che loro si stabilizzano sul territorio romano.
Cerchiamo di tracciarne un profilo. Come provato dalla nostra esperienza e come confermano i dati emersi dal rapporto del 2018 sulla comunità bangladese in Italia pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la maggior parte delle donne bangladesi acquisisce la cittadinanza italiana per matrimonio, quindi attraverso la pratica di ricongiungimento familiare raggiungono i mariti in Italia. La presenza di questi ultimi nella loro vita assume un ruolo fondamentale da quando arrivano in Italia sia per ragioni di mediazione linguistica, i mariti già da anni in Italia parlano italiano, sia per ragioni religiose e culturali per cui la donna rimane sempre un passo indietro rispetto all’uomo. Una sorta di relazione di apparente aiuto-dipendenza. È come se per capire le donne si debba passare attraverso gli uomini e di sicuro quel che ne risulta è qualcosa di distorto e non reale, impedimento notevole alla buona pratica clinica. Quindi chi sono questi uomini: sono i probashi, così definiti in Bangladesh gli emigrati all’estero, oltremare, categoria da sempre esistita poiché il Bangladesh ha fin dai tempi antichi rappresentato uno snodo importante delle rotte commerciali tra Europa e Oriente. Un popolo di imprenditori a tutti gli effetti che nella seconda parte del novecento raggiunsero il massimo del flusso migratorio verso il Regno Unito e che negli ultimi decenni hanno fatto rotta verso il Bel Paese, in particolar modo a Roma, dove è rappresentata la più grande comunità bangladese d’Italia. Roma infatti è la quarta città con più alta rappresentanza bangladese con i suoi oltre 40000 bangladesi, preceduta solo da Dacca, Calcutta e Londra. Non a caso proprio a Roma si trova “la piccola Dacca”, nel quartiere di Tor Pignattara. I probashi italiani conservano la loro forte tendenza all’imprenditoria anche nel nostro paese come viene confermato dall’alta incidenza dei permessi di soggiorno concessi per motivi di lavoro. Questo si riflette nella presenza crescente di numerose attività commerciali bangladesi sul nostro territorio.

E le donne? Loro arrivano direttamente in Italia per ricongiungimento familiare dopo una vita in Bangladesh dove vivevano a casa dei loro genitori, alcune di loro hanno studiato lì e si ritrovano catapultate in una realtà estranea dove spesso abbandonano la loro volontà di proseguire gli studi perché hanno sposato, non per volontà loro ma delle relative famiglie, uomini che non conoscono, che dovranno imparare ad amare e per cui sacrificheranno i loro sogni per diventare madri di numerosi figli. Sono proprio i loro mariti ad aver raccontato loro una vita all’estero un po’ più rosea rispetto a quella che in realtà è, hanno fatto loro apparire persino l’Italia come una sorta di Eldorado. Quando tornano in Bangladesh per fare visita a mogli e parenti, è come se si istituisse una sorta di pellegrinaggio obbligato, un dovere sociale che implica anche una redistribuzione tra i familiari del loro “successo” economico acquisito. La loro ascesa economica e sociale in Italia viene così raccontata occultando l’effettiva realtà dei fatti tralasciando fallimenti e sconfitte contribuendo a creare e ad alimentare la cosiddetta “menzogna” dell’emigrato. E le donne che emigrano per ricongiungersi ai mariti lontani sono le prime a subirne le conseguenze. Quei mariti quasi estranei le accolgono nei loro alloggi in affitto a Roma, dove vivono altri uomini che non hanno nessun legame di sangue ma che si trovano in occasionale coabitazione. Siamo ben lontani dal modello abitativo asiatico a cui le donne sono state abituate fino a quel momento: famiglie numerose e allargate dove è il legame di sangue a stabilire la convivenza sotto lo stesso tetto. Invece aprono la porta e trovano una casa tutta al maschile, loro prendono posto nella stanza del marito insieme a lui e gli altri uomini distribuiti nelle altre stanze dell’appartamento. Situazione ben diversa dagli agi promessi. Al contempo si assiste anche a un progressivo deterioramento del legame con le famiglie di origine, mantenuto costante grazie all’uso sempre più massivo degli smartphone. Ma è proprio attraverso questa facilità delle comunicazioni a lunga distanza che assistiamo a un penoso paradosso: tutto è documentabile con lo smartphone in tempo reale, basti pensare a una videochiamata tra una donna bangladese e i suoi genitori che la immaginano condurre una vita agiata grazie alle ricchezze del marito che ha fatto “fortuna” in Italia. La donna per non deluderli e per rassicurarli mente e la menzogna la fa sentire ancora più sola e isolata in terra straniera. Dalle storie che raccogliamo emerge però che c’è una nuova tendenza rispetto a qualche anno fa, ovvero sono sempre più gli uomini a portare via le mogli da questo “strano coinquilinaggio” e magari spostandosi ancor più in periferia riescono a pagare un affitto per una casa da condividere solo con la propria moglie. Tappa simbolo di ascesa sociale e benessere economico che viene vissuta dalla coppia inizialmente con grande entusiasmo e orgoglio ma che in realtà cova il seme di quell’isolamento a cui sono destinate le donne bangladesi. Le case sempre più lontane dal centro, difficilmente collegate coi mezzi pubblici, senza più neanche i coinquilini a cui poter cucinare qualcosa. In fondo quegli uomini con cui condividevano l’alloggio non erano più estranei dei propri mariti e cucinare per tutti loro le faceva sentire in qualche modo utili e impegnate. Invece nella nuova abitazione trovano solo una grande solitudine.

Sopraggiunge inevitabilmente la depressione: si chiudono in casa, si isolano, non studiano, non lavorano e non partecipano alla vita sociale in alcun modo, solo internet e cellulare consentono loro di mantenere i legami con amici e familiari. Questo ovviamente ha ripercussioni importanti sul loro benessere psico-fisico. Ci sono vari termini che identificano i giovani al di fuori di ogni percorso scolastico, formativo e professionale, che si riferiscono allo stesso fenomeno di esclusione sociale, con le dovute sfumature semantiche, si parla in Giappone di hikikomori, nel Regno Unito usano invece lo scarno acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training), in Italia più generalmente, e forse in modo più esatto perché l’accezione è più ampia, i “nullafacenti”. Comunque anche in Italia abbiamo assorbito la terminologia anglosassone per affrontare tale fenomeno in termini statistici e di fatto nel rapporto del 2018 sulla comunità bangladese in Italia pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali viene utilizzato l’indicatore NEET per fare riferimento ai giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni. Da tale rapporto emerge che le donne bangladesi NEET rappresentano l’84% del totale della popolazione bangladese in Italia, espressione di una forte disparità di genere. Il profilo che abbiamo tracciato raccontando la storia migratoria di queste donne spiega tali cifre. Dal momento in cui arrivano in Italia si crea naturalmente un circolo vizioso tra isolamento sociale e depressione, che le spinge a rinchiudersi in casa a badare ai figli, chi ne ha, e a mangiare in maniera eccessiva e/o sregolata. In sede di visita medica si presentano, o meglio vengono presentate dai mariti, in questo modo: depresse “ha troppi pensieri nella testa”, obese “deve andare in palestra” e in alcuni casi anche con problemi di fertilità “non rimane incinta”. Quando la coppia bangladese si presenta a studio il problema presentato spesso riguarda la gravidanza già avviata e i controlli di routine che la donna deve fare e che non ha mai effettuato prima oppure il problema è la gravidanza che tarda ad arrivare, e ovviamente il marito lo presenta come un problema esclusivo della donna e si sorprende che debba anche lui effettuare delle indagini diagnostiche. Dal punto di vista clinico è ovvio che queste condizioni sono strettamente correlate le une alle altre e l’intervento sanitario deve mirare a ripristinare il benessere psico-fisico, l’equilibrio ormonale e alla cura delle patologie sottostanti. Spesso presentano diabete e ipertensione scompensati poiché mai trattati, e forse mal diagnosticati in precedenza, che sono malattie che si aggravano ulteriormente durante la gravidanza mettendo in pericolo la madre e il feto. La gravidanza sembra sempre l’obiettivo principale della coppia sottostimando l’importanza nel trattare tali condizioni morbose non solo per il mantenimento della salute della donna ma anche per aumentare la fertilità e la possibilità di avere una gravidanza sana e senza rischi. Donne impegnate a fare figli, specchio della comunità bangladese insediata sul territorio romano da decenni, una comunità ormai stabile e con una alta presenza di minori, questi infatti sono la classe di età prevalente tra la popolazione bangladese che risiede a Roma.

Da questo appare evidente come l’intervento sanitario sia complesso e debba prevedere interdisciplinarità. Noi di Cittadini del Mondo cerchiamo di promuovere la salute delle donne bangladesi facendo anche prevenzione con programmi educativi sulla nutrizione cercando di correggere quelle abitudini alimentari sbilanciate che sono il risultato sia di un attaccamento alla cucina tradizionale bangladese ricca di grassi, soprattutto cibo fritto, sia di una condizione di depressione e isolamento sociale che portano a eccessi dietetici. Cerchiamo inoltre di intercettare le nuove arrivate promuovendo i corsi di italiano presso la nostra biblioteca, e questo per ora ha dato buoni risultati, infatti le classi sono piene di donne bangladesi, segno di forte partecipazione, che imparano la nostra lingua e che soprattutto acquisiscono piano piano maggiore autonomia sentendosi impegnate in un percorso a loro dedicato. Piccolo mattoncino in quel lungo percorso di edificazione di una donna più sicura, indipendente e felice. Coordinando tali interventi con le procedure cliniche e diagnostiche cerchiamo di ripristinare lo stato di salute al meglio, anche se manca ad oggi un intervento psicologico mirato e una mediazione culturale ad hoc, ossia fatta al femminile per aumentare la libertà d’espressione della donna, la fiducia nell’intervento sanitario e la sua indipendenza dal marito. Apparentemente imperscrutabili anche per questi nostri limiti le vorremmo vedere entrare a studio da sole, che arrivano da noi medici per loro iniziativa e che si aprono per parlare dei loro problemi senza il filtro dell’altra loro metà.

Passeggiare in alcuni quartieri della città è come fare un viaggio in altri paesi del mondo e le donne bangladesi appaiono come una massa indistinta di macchie di colori che accendono le piazze romane come in un quadro impressionista. Dove l’osservatore percepisce solo un’impressione fugace e non riesce a mettere a fuoco quel che si cela realmente dietro quei veli e tessuti, il mondo e i sogni che ciascuna nasconde. E per fortuna c’è ancora qualcuno che mantiene il costume di vivere la vita di piazza come si faceva una volta, come luogo di aggregazione e socialità, animando le strade delle periferie.