Storia di J

J è una donna di 35 anni. Si è presentata nell’estate del 2018 al nostro sportello sociale per un consulto su come affrontare la situazione familiare che stava vivendo.
È in Italia da 10 anni ed è arrivata tramite ricongiungimento familiare, nonostante il marito M si sia sbagliato a farle i documenti invertendole nome e cognome.
Vive in un appartamento con il marito, i due figli di sei e otto anni, il fratello, un amico del fratello e altre tre persone in subaffitto.
J si è sposata a 18 anni nel suo Paese di origine attraverso un matrimonio combinato dalla famiglia e al momento delle nozze non aveva mai incontrato lo sposo, M, un uomo di 11 anni più vecchio di lei. A causa delle nozze J ha dovuto interrompere gli studi, non potendo ottenere il diploma delle scuole superiori.
Fin da subito M ha mostrato di avere una dipendenza dagli alcolici, è poco presente in casa, torna solo per mangiare e dormire. Anche dopo l’arrivo in Italia, dove lavora come aiuto cuoco, e dopo la nascita dei figli, la situazione non cambia. Quando rientra ubriaco la notte pretende di avere rapporti sessuali con la moglie minacciandola di metterla incinta se si rifiuta e le lascia spesso segni di morsi su faccia e collo che lei non sa come spiegare a parenti e conoscenti. I figli dormono nella stanza attigua a quella dei genitori e probabilmente percepiscono questo tipo di dinamiche, sono molto legati alla madre e senza di lei non mangiano e non dormono. Il padre con loro sembrava essere affettuoso, ma la partenza del fratello di J per qualche mese è coincisa con l’inizio di urla e insulti anche verso i figli.
M prova anche a costringere la moglie ad un isolamento economico e sociale. Non solo le raccomanda di non legare con altre persone e di non fidarsi degli italiani, ma non le garantisce un regolare sostentamento economico, tanto che spesso J è costretta a discutere con lui per avere il necessario per fare la spesa. Allo stesso tempo, M e la sua famiglia tentano costantemente di avere accesso ad un piccolo fondo che J ha a proprio nome nel Paese d’origine.
L’anno precedente all’incontro con noi, J ha frequentato un corso di italiano con ottimi risultati e avrebbe anche potuto continuare a studiare, magari per prendere la terza media, ma la sua situazione domestica l’ha provata fisicamente e psicologicamente, sfociando anche in diversi attacchi di panico.
Quando è arrivata al nostro sportello aveva un ritardo del ciclo mestruale e successivamente si è rivelata essere incinta. L’abbiamo indirizzata al consultorio familiare dove ha avviato le pratiche per l’interruzione di gravidanza e ha iniziato a considerare l’idea di separarsi dal marito, frenata dalla preoccupazione per il sostentamento dei figli.
Tornata a sportello, qualche tempo dopo, ci ha informato di aver avuto un aborto spontaneo e di aver smesso di dormire in camera con il marito da circa un mese. Inizia a pensare di separarsi, anche se il marito per breve tempo è stato più gentile, ha attraversato alti e bassi durante i quali ha minacciato di lasciare J e risposarsi, di staccare le utenze di casa e non pagare più l’affitto, salvo poi chiedere di essere perdonato buttandosi a terra smentendo le minacce precedenti, prima di tornare, nel giro di pochi giorni, ad obbligarla ad avere rapporti sessuali non consenzienti.
Abbiamo accompagnato J in un centro antiviolenza (CAV), dove ha cominciato ad essere seguita tramite un supporto psicologico e legale in vista della futura separazione, poiché inizialmente non voleva trasferirsi in una casa protetta con i suoi figli per non allontanarli dalla scuola che frequentano. Parallelamente le abbiamo indicato un centro di orientamento al lavoro (COL) per indirizzarla verso un’indipendenza economica ed è stata presa in carico dal servizio sociale professionale del municipio.
Successivamente, per circa un mese, J lascia in Italia il marito e si reca nel suo Paese insieme ai figli. Sia lei che i bambini si trovano molto bene, tanto da pensare di tornare a vivere lì senza M, ma i genitori spingono perché non divorzi, la suocera si scusa per i comportamenti di M e tutta la famiglia del marito le si mostra gentile e disponibile; queste reazioni insospettiscono J.
Tornata in Italia, continua il suo percorso con i servizi sociali e il CAV e i bambini ricominciano la scuola. Ma ricominciano anche le abitudini del marito che una sera torna a casa completamente ubriaco. Non si regge in piedi, barcolla e sbatte la testa per ogni dove, inizia a vomitare e nel trambusto sveglia i bambini che lo vedono e ne rimangono impressionati. J questa volta riprende tutto con il cellulare e il giorno seguente condivide il filmato con i suoi familiari per convincerli del fatto che M non è una persona con cui lei può rimanere sposata. Di fronte all’evidenza anche la famiglia di lei si convince che J se ne debba separare. A questo punto la permanenza in casa diventa sempre più rischiosa e M cerca a più riprese un contatto intimo che J rifiuta. Anche i bambini se ne accorgono: un giorno uno dei due si mette tra i genitori urlando ad M di lasciare stare la mamma e il papà lo colpisce con un ceffone.
Contemporaneamente J, indirizzata dal CAV, inizia un corso di formazione retribuito di circa 10 mesi promosso dalla Casa Internazionale delle Donne. Non riesce a credere che, oltre ad aver trovato un luogo in cui sentirsi sicura, protetta e messa in grado di confrontarsi, crescere e apprendere, può riuscire ad avere anche un minimo di indipendenza economica. La sua unica fonte di reddito diretto infatti deriva dai 30 euro settimanali che le vengono dati per pulire la casa e le stanze subaffittate, fare la spesa e cucinare pranzo, cena e colazione per gli ospiti oltre che per la propria famiglia.
In seguito ad un intervento chirurgico che ha visto M ricoverato e poi convalescente, ma soprattutto inoffensivo, J ha il tempo di mettere insieme le idee e durante una serie di colloqui con le operatrici del nostro sportello e del CAV si rende conto definitivamente della necessità di allontanarsi dal marito per tutelare il proprio benessere e quello dei bambini. L’idea è chiara, ma è solo dopo altri tre mesi di violenze sessuali che J trova il coraggio di uscire di casa una volta per tutte, accettando persino di dover cambiare scuola ai figli e allontanarsi dalla rete di mamme solidali che l’ha sostenuta fino a quel momento.
J lascerà il marito, gli stupri, le umiliazioni e il lavoro sottopagato, c’è già una casa sicura in cui presto si libererà una stanza per lei e i suoi bambini. A quel punto, però, sarà fondamentale che la rete di servizi attivata continui a sostenerla nel percorso di emancipazione e costruzione di una nuova vita insieme ai suoi figli. Sarà centrale la possibilità di trovare lavoro, fondamentale strumento di riscatto, ma anche il rinforzo delle reti di relazioni che sta intorno a J in un momento di transizione così delicato.

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