Prefazione di Luigi Manconi al Primo Rapporto “Palazzo Selam: la città invisibile”

Nel mese di luglio del 2013, con una delegazione di parlamentari, ho visitato Palazzo Selam, (Selam vuol dire “pace” in amarico), uno stabile occupato poco fuori Roma. Attualmente vi risiedono oltre mille persone, provenienti dal Corno d’Africa, e spesso titolari di una forma di protezione sul nostro territorio nazionale. Una parte è costituita da rifugiati: ovvero da quanti rientrano in quella categoria, solennemente riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che così definisce chi è perseguitato nel proprio paese per motivi di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche.
Il principale connotato degli occupanti di Palazzo Selam è la disponibilità di un certificato di residenza proprio lì dentro. Dal 2006, anno in cui quella struttura è stata occupata, il numero degli abitanti è cresciuto progressivamente, fino a quando, la scorsa estate del caso di Palazzo Selam si è interessato il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, che volle valutare direttamente e in prima persona le condizioni di trattamento riservate ai profughi nel nostro paese. Nel suo report finale, Muiznieks criticò apertamente lo stato di emarginazione dei richiedenti protezione internazionale e il pessimo funzionamento del nostro sistema di accoglienza, definito troppo disomogeneo e lacunoso. Come denunciò in un’intervista rilasciata al Financial Times “ottocento persone vivono abbandonate a loro stesse, con un bagno ogni 250 inquilini e senza nessun servizio di assistenza sociale. Manca, infatti, un adeguato sistema di protezione sociale e di inserimento, e molti rifugiati politici o richiedenti asilo, pur in regola con le norme sul soggiorno, finiscono col vivere in condizione di forte marginalità. Inoltre, la situazione di continua e grave emergenza vissuta dagli abitanti di Selam Palace, ha scosso l’opinione pubblica al punto da essere citata dal presidente Napolitano in occasione del discorso di fine anno”.

E non si può che concordare, soprattutto se si pensa al fatto che nonostante questa situazione, come altre analoghe, sia ormai sotto gli occhi di tutti, il Governo continua a mettere in atto sistemi di accoglienza che hanno già rivelato la loro inefficacia. Allo stesso tempo, continuano a essere assai esigui gli investimenti nei progetti di accoglienza mirati a rendere autonome le persone che ne usufruiscono. Mi riferisco, per esempio, al programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), per ben cinque volte ampliato dal 2012 a oggi, raggiungendo gli attuali 13mila posti, senza che vi sia stato un adeguamento delle relative risorse. Si tratta di un sistema particolare di accoglienza, che dovrebbe garantire non solo vitto e alloggio in un centro, ma anche altri servizi utili al percorso di integrazione. I numeri delle persone accolte sono resi noti annualmente e dicono come quei progetti incidano positivamente sulla vita dei migranti e sulla società intera. Investire in una prima accoglienza significa, infatti, ridurre i rischi che, in una fase successiva, si precipiti in una situazione di irregolarità. È nella primissima fase che il profugo deve essere messo nella condizione di raccontare la propria fuga e le sue ragioni e quelle che lo inducono a chiedere asilo nel nostro paese. L’accoglienza è utile per poter recuperare le energie e investire sul proprio futuro. Se questa possibilità non viene data, le conseguenze possono essere drammatiche. E sono numerosi gli esempi di percorsi di integrazione falliti, proprio perché sono state ignorate le esigenze dettate dall’impatto con un paese totalmente sconosciuto. Tutte queste situazioni, le contraddizioni che suscitano, le speranze che alimentano e le difficoltà che incontrano sono puntualmente visibili in luoghi come Palazzo Selam. Qui opera da anni l’Associazione Cittadini del Mondo che ha attivato in quei locali uno sportello socio sanitario e fornisce assistenza sanitaria e orientamento ai servizi territoriali. L’intera vita del palazzo si affida all’auto regolamentazione attraverso un consiglio interno formato da otto persone, due per ogni etnia lì presente. La convivenza all’interno dell’edificio – certamente anche difficile, affidata a equilibri delicati, e tuttavia pacifica–è resa possibile dalla compatibilità culturale tra le comunità presenti. Ma la condizione in cui si trovano i rifugiati, appare insostenibile: i servizi igienici sono del tutto insufficienti, mancano riscaldamento e acqua calda e, per lavarsi, gli occupanti sono costretti a riscaldare l’acqua su fornellini a gas, utilizzati anche per cucinare il cibo. È inevitabile che, in presenza di simili condizioni, si registrino casi di malattie respiratorie e cutanee, dalle dermatiti alla scabbia; e che siano diffuse le patologie gastroenteriche causate dallo stress. C’è chi si porta ancora dentro gli shock della guerra, della tortura e del viaggio in mare. Tra loro c’è anche chi avrebbe bisogno di cure psichiatriche ma non sempre è in grado di formulare tale richiesta. Totale è l’assenza di interventi pubblici. E nulla, o quasi nulla, viene fatto per garantire agli occupanti l’inserimento sociale, la ricerca di occupazione, l’accesso ai servizi e ai diritti di cittadinanza.
Così la situazione di Selam Palace riflette impietosamente tutta la debolezza del nostro paese nei confronti dei profughi. E infatti, più in generale, l’Italia mostra una singolare avarizia, dal momento che ospita un numero di rifugiati equivalente a un decimo di quelli accolti dalla Germania. Se anche si tiene conto di tutte le differenze tra i due paesi e, in particolare, degli effetti della riunificazione tra le due germanie, lo scarto appare comunque davvero rilevante. Tanto più se teniamo conto che la storia e le lezioni che ci offre, dovrebbero valere anche per l’Italia. Durante la dittatura fascista numerosi oppositori ripararono all’estero, facendosi profughi e “clandestini”, talvolta accolti da governi democratici, talaltra perseguitati da regimi ostili. Sandro Pertini e i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Bruno Buozzi, Leo Valiani e Giorgio Amendola, e migliaia e migliaia di anonimi erano–per tratti politici, sociali e psicologici – molto diversi da chi fugge oggi dalla Somalia o dall’Afghanistan, ma assai simili per molti altri connotati.
La memoria di quella emigrazione politica italiana viene oggi malintesa e maltrattata e, ancora più spesso, totalmente rimossa. E forse questa costituisce una delle ragioni che rendono l’Italia così chiusa e insensibile verso coloro che oggi sono, a loro volta, perseguitati e fuggiaschi in ragione delle loro idee o della loro identità etnica o religiosa o politica.

Luigi Manconi

Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani

 

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