Nota per i giornalisti

La condizione politica italiana ha ostacolato sempre la possibilità di interessarsi della seconda accoglienza degli immigrati in Italia in maniera organica.
Da sempre concediamo loro una decente prima accoglienza, ma essendo sempre vincolati e soffocati dalle emergenze anche questa ha i suoi problemi e comunque cattura tutta l’attenzione. Una strategia lungimirante dedicata all’integrazione dei rifugiati non si è mai definita. Palazzo Selam è stato più volte definito all’estero il “palazzo della vergogna” in quanto è lo specchio degli errori continui e ripetuti della non previsione delle problematiche che sicuramente si incontrano dopo i primi mesi di permanenza sul territorio italiano.
Alcune questioni devono essere affrontate e risolte nei primi mesi di accoglienza o comunque prima di decidere di concludere questo percorso dovrebbero essere gettate delle solide basi per evitare alcune sicure future problematiche.
Vivendo da oramai tredici anni la realtà degli abitanti di Selam possiamo concludere che sicuramente l’apprendimento della lingua, una definizione dei documenti, l’orientamento ai servizi pubblici, il lavoro e la casa sono problematiche affrontate in maniera non risolutiva e spesso neanche approcciate nella prima accoglienza.

  • la lingua italiana: statisticamente sono pochissimi gli abitanti di Selam che la conoscono in maniera anche elementare, per cui sicuramente c’è un errore fondamentale nei mesi di prima accoglienza rispetto al suo insegnamento.
  • documenti: troviamo quantità impressionanti di errori nei nomi, cognomi, date di nascita e paesi di provenienza che rendono la vita di un rifugiato un inferno nella burocrazia italiana; la necessità di avere una residenza e le difficoltà ad ottenerla distrugge poi ogni possibilità di stabilità.
  • il lavoro: nessun percorso facilitato o sorvegliato o monitorato è previsto per i titolari di protezione internazionale.
  • alloggio: anche qui nessun percorso dedicato (le case popolari non prevedono nessun requisito dedicato).

In virtù del nostro impegno all’interno di Palazzo Selam, ci capita sempre più spesso di essere contattati da giornalisti interessati a realizzare servizi e reportage sulle condizioni degli abitanti e dello stesso edificio. Per quanto consapevoli dell’importanza della denuncia delle loro condizioni, ci siamo confrontati ripetutamente sull’argomento con chi ne viene toccato in prima persona e ha il pieno diritto di avere l’ultima parola a riguardo.
Ci sentiamo pertanto autorizzati a dire che gli abitanti di Selam non sono interessati ad avere contatti con i giornalisti fondamentalmente per due motivi: in primis perché lo ritengono inutile, non avendo mai avuto un ritorno positivo in termini di miglioramento, seppur minimo, delle condizioni di vita e la loro storia personale non è mai stata minimamente scalfita da giornalisti che negli anni hanno scritto di loro in tutte le più prestigiose testate; in secondo luogo, altro elemento che ha generato e continua a generare diffidenza e chiusura rispetto ai media è l’atteggiamento di molti reporter che, sebbene animati dalle migliori intenzioni, spesso si trovano a perdere di vista la dimensione umana e personale degli intervistati a beneficio di una visione più astratta e collettiva. Nella percezione degli abitanti del Palazzo, questo approccio lede profondamente la loro dignità, anche per la paura che i loro parenti, dai Paesi d’origine o da altri Paesi “d’adozione”, siano testimoni del totale disfacimento di ogni speranza di integrazione reale.
Seppur nelle condizioni che sappiamo, Selam è il solo posto che queste persone al momento possono chiamare casa, vivono lì la loro intima quotidianità in mille disagi. È normale che la presenza di estranei li faccia sentire violati nella loro privacy e, diciamocelo pure, in imbarazzo.
Come Associazione ci rendiamo disponibili a restituire la nostra testimonianza al di fuori del Palazzo e chiediamo ai media, che come noi hanno la fortuna di poter osservare la situazione da un punto di vista privilegiato, uno sforzo di comprensione rispetto a chi, per i motivi sopra elencati, rifiuta la spettacolarizzazione del proprio fallimento che sappiamo tutti (o per lo meno dovremmo) essere un fallimento del sistema.

 


Press release

 

Poltical conditions prevailing in Italy have always obstructed the development of an organic plan for second reception of immigants. We have for a number of years had in place a decent system of inital reception, and although that system is rigid and often collapses in the face of emergencies, it attracts and dominates the attention of the public. No long-term strategy for integrating refugees has ever been drawn up. Selam Palace has several times been called “the palace of shame” in the foreign press, in that it is emblematic of the continuous series of errors due to the failure to make provision for the difficulties all refugees meet with a few months after arriving in the country. Some of these can and should be resolved during the initial reception phase, so as to lay the foundations of integration and avoid problems that will otherwise certainly arise in the future.

After thirteen years experience of Selam and familiarity with the lives of its inhabitants, we are in a position to say that the basic problems which are still not being dealt with during the initial reception phase concern lack of linguistic competence, inaccurate documentation, access to public services, employment and housing.

  • Knowledge of Italian. Very few of the inhabitants of Selam have even an elementary linguistic competence, a sure indicator of a basic failure to teach the language during the initial reception period.
  • Documentation. We repeatedly come across in official documents enormous number of mistakes in names, surnames, dates of birth and countries of origin, mistakes which render the lives of refugees hell when they come into contact with Italian bureaucracy. The need for an official place of residence and the difficulties involved in obtaining one make it imposssible to attain any degree of stability.
  • Employment. There is no provision for helping people entitled to internatinal protection find work, for protecting their rights at work or monitoring their employment status.
  • Housing. Again there is no specifc provision (refugee status does not qualify one for social housing).

Because of our long experience of Salem Palace we are often contacted by journalists interested in writing feature articles and reports on the living conditions and on the state of the building. Although well aware of the importance of making these conditions known, we have also to take account of how publicity may affect the inhabitants themselves, and it is they who have the right to the last word on the subject.
After discussing the matter with them we feel authorized to say that the inhabitants of Selam are unwilling to have contacts with journalists for two main reasons. Firstly they consider such contacts useless, as in the past they have never led to even the slightest improvement in their living conditions, and their personal lives have never been at all touched by the myriads of articles that have appeared in prestigous publications.
A second cause of diffidence is the attitude of the many reporters who, though animated by the best of intentions, tend to lose sight of the personal, human side of those they interview and favour an abstract, collective vision. This approach is perceived by the inhabitants of the Palace as offending their dignity, especially as their relatives, both in their countries of origin and in other ‘adoptive’ countries, thus witness the total failure of their hopes of real integration.
In spite of the living conditions and many difficulties the inhabitants have to put up with, Selam is the only place these people can for the time being call home and live their daily lives. It is understandable and normal that the presence of outssiders is experienced as a violation of privacy, and indeed as embarassing.
The Association remains willing to talk to the media about its own experience, but outside the Palace. We ask journalists, who like ourselves are lucky enough to be able to abserve the situation from a priviledged position, to make a special effort to understand the motives of those who, for the reasons we have mentioned, reject any tendency to make a spectacle of failures which we all know – or should know – to be failures not on the part of the people, but in the system itself.