Coronavirus, come richiedere i buoni spesa

Roma Capitale ha pubblicato un avviso per l’assegnazione del contributo economico a favore di persone o famiglie in condizione di disagio economico e sociale dalla situazione emergenziale in atto, determinato dalla diffusione del virus COVID-19.

Il contributo economico può essere richiesto da:

  • persone e famiglie in condizione di assoluto o momentaneo disagio, privi della possibilità di approvvigionarsi dei generi di prima necessità;
  • i cittadini non residenti impossibilitati a raggiungere il proprio luogo di residenza.

I contributi per l’acquisto dei generi alimentari e/o di prima necessità saranno erogati secondo tre fasce:

  • fino a 300 euro per nuclei familiari composti da 1 o 2 persone;
  • fino a 400 euro per nuclei familiari composti da 3 o 4 persone;
  • fino a 500 euro per nuclei familiari composti da 5 o più persone.

E’ possibile richiedere il contributo dal 31 marzo al 16 aprile 2020, compilando e inviando il modello di domanda via email, nelle seguenti modalità:

  • se residenti nel territorio comunale, scrivendo al Municipio territorialmente competente:
  1. Municipio I segretariatosociale.mun1@comune.roma.it
  2. Municipio II pua.mun02@comune.roma.it
  3. Municipio III segretariatosociale.mun03@comune.roma.it
  4. Municipio IV emergenzasociale.municipio04@comune.roma.it
  5. Municipio V emergenzasociale.municipio05@comune.roma.it
  6. Municipio VI segretariatosociale.mun06@comune.roma.it
  7. Municipio VII direzionesocioeducativa.mun07@comune.roma.it
  8. Municipio VIII pua.mun08@comune.roma.it
  9. Municipio IX direzionesocioeducativa.mun09@comune.roma.it
  10. Municipio X direzionesocioeducativa.mun10@comune.roma.it
  11. Municipio XI pua.mun11@comune.roma.it
  12. Municipio XII direzionesocioeducativa.mun12@comune.roma.it
  13. Municipio XIII direzionesocioeducativa.mun13@comune.roma.it
  14. Municipio XIV direzionesocioeducativa.mun14@comune.roma.it
  15. Municipio XV direzionesocioeducativa.mun15@comune.roma.it

L’email di richiesta dovrà riportare in oggetto: RICHIESTA ASSEGNAZIONE DEL CONTRIBUTO ECONOMICO – COVID 19.

La domanda può essere presentata da un solo componente per nucleo famigliare convivente.

Il nostro sportello sociale ha realizzato una breve guida pratica su come compilare e inviare la domanda per richiedere i buoni spesa al Comune di Roma. Se avete bisogno di aiuto per compilare il modulo, potete chiamare o inviare un messaggio Whatsapp al 389 9112893.

Proroga validità dei permessi di soggiorno

[IT] Validità permessi di soggiorno
Tutti i permessi di soggiorno con una data di scadenza compresa tra il 31 gennaio 2020 e il 15 aprile 2020 rimangono validi fino al 15 giugno 2020. (Art. 103, comma 2 Dl Cura Italia).

[EN] Validity of residence permits
All residence permits with an expiration date between 31 January 2020 and 15 April 2020 remain valid until June 15, 2020. (Art. 103, paragraph 2 of the Cura Italia).

[ES] ¡Atención! Validez de los permisos de residencia.
Todos los permisos de residencia con una fecha de caducidad dentro del 31 de enero 2020 y el 15 de abril 2020, seguirán siendo validos hasta el 15 DE JUNIO DE 2020. 15 de junio de 2020. (Art. 103, párrafo 2 de la Cura Italia)

[RU] Срок действия вида на жительство
Все виды на жительство с датой истечения срока действия с 31 января 2020 года по 15 апреля 2020 года остаются в силе до 15 июня 2020 г., (Статья 103, пункт 2 Cura Italia).

[BN] আবাসনের অনুমতিগুলির বৈধতা
৩১ জানুয়ারী ২০২০ হতে ১৫ এপ্রিল ২০২০ তারিখের মধ্যে যেসকল পের্মেস্স দি সজ্জর্ন মেয়াদোত্তীর্ণ হবে, সেসকল পের্মেস্স দি সজ্জর্ন আগামী ১৫ জুন ২০২০ তারিখ পর্যন্ত বৈধ থাকবে (কুরা ইতালিয়া, ধারা ১০৩,অনুচ্ছেদ ২) 15 জুন, 2020। (আর্ট। 103, কুরা ইতালিয়ার অনুচ্ছেদ 2).

[SO] Saxnimada ogolaanshaha deganaanshaha
Dhammaan rukhsadaha degenaanshuhu oo leh taariikhda uu dhacayo inta u dhaxaysa 31 Janaayo 2020 iyo 15 Abriil 2020 ayaa shaqeynaya illaa Juun 15, 2020. (Art. 103, sadarka 2aad ee Cura Italia).

[AM] የመኖሪያ ፈቃዶች ትክክለኛነት
ከ 31 ጃንዋሪ 2020 እስከ 15 ኤፕሪል 2020 ባለው የጊዜ ማብቂያ ላይ ሁሉም የመኖሪያ ፈቃዶች እስከሚቆዩ ድረስ ይቆያሉ ሰኔ 15 ቀን 2020 ሁን. (አርት. 103 አንቀጽ 2 ከኩራ ኢሊያሊያ).

رشمهيهفط حثقةثسسه يه سخللهخقىخ

فعففه ه حثقةثسسه يه سخللهخقىخ ؤخى عىش يشفش يه سؤشيثىئش ؤخةحقثسش فقش هم 31 لثىىشهخ 2020 ث هم 15 شحقهمث 2020 قهةشىلخىخ رشمهيه بهىخ شم 15 لهعلىخ 2020ز *شقفز 103و ؤخةةش 2 يم ؤعقش هفشمهش)ز

Covid-19 brochure informative

Pubblichiamo le brochure informative sul virus COVID-19 realizzate dall’OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni:

Le brochure tradotte nelle altre lingue non presenti in questo elenco, si possono scaricare da questo link: https://italy.iom.int/it/covid-19-brochure-informative

 

Noi andiamo a scuola?!

Iris è una donna di 28 anni proveniente dalla Romania. Lavora in nero come addetta alle pulizie. Giunge in Italia nel 2016 e negli ultimi mesi la raggiungono le sue due figlie: Margherita di 8 anni e Primula di 10. La famiglia abita nel territorio del VII Municipio.
A febbraio Iris si presenta al nostro sportello sociale accompagnata da una ex preside in pensione, per avere una mano a iscrivere le due bambine alla scuola primaria.
Inizia così, per le operatrici sociali, la ricerca di scuole disponibili ad accoglierle. Le operatrici sanno che non sarà una ricerca facile. Infatti, l’inserimento di due bambine straniere ad anno scolastico in corso, spaventa gli istituti poiché l’accoglienza in classe di una alunna che non conosce la lingua italiana comporta grande impegno sia per la bambina che per le insegnanti.

Iris ci racconta di essersi rivolta a gennaio a un Istituto Comprensivo vicino casa che aveva accettato di iscrivere entrambe le bambine in prima elementare a partire da settembre 2020. In base al numero di iscrizioni effettuate nel mese di gennaio la scuola riceve per l’anno scolastico successivo più o meno risorse per le nuove classi che si creeranno. Contattiamo la scuola e facciamo presente che le bambine sono grandi per la prima elementare e che dovrebbero iniziare a frequentare da subito nelle classi corrispondenti alla loro età e non attendere fino a settembre. La scuola giustifica la propria condotta con il fatto che la madre non aveva presentato alcun documento che certificasse il percorso scolastico pregresso svolto dalle due minori. Il Testo unico sull’immigrazione (D.lgs. 286/1998 art. 38) stabilisce che i minori stranieri presenti sul territorio nazionale sono soggetti all’obbligo scolastico e che a essi si applicano tutte le disposizioni vigenti in materia di diritto all’istruzione, di accesso ai servizi educativi e di partecipazione alla vita della comunità scolastica. In base al Regolamento sull’immigrazione (DPR 394/1999: art. 45), i minori stranieri hanno diritto all’istruzione – indipendentemente dalla regolarità della propria posizione – nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani. L’iscrizione può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico. Per quanto concerne l’inserimento, lo stesso Regolamento (art. 45) prevede che i minori siano iscritti alla classe corrispondente all’età anagrafica, salvo che il collegio dei docenti deliberi l’iscrizione ad una classe diversa, tenendo conto dell’ordinamento degli studi del Paese di provenienza, del corso di studi seguito, del livello di preparazione raggiunto. Sempre il collegio dei docenti definisce il necessario adattamento dei programmi di insegnamento. Allo scopo, possono essere adottati specifici interventi individualizzati o per gruppi di alunni per facilitare l’apprendimento della lingua italiana. Il consolidamento della conoscenza della lingua italiana può essere realizzato anche mediante l’attivazione di corsi intensivi sulla base di specifici progetti.

Alla fine la scuola contattata dichiara di non avere posti disponibili per inserire Margherita e Primula nelle classi dell’anno in corso; riprende così la ricerca.
Bisogna considerare il fatto che contattare gli istituti significa inevitabilmente per le operatrici impiegare molto tempo al telefono per ottenere notizie e chiarimenti dalle segreterie, le quali a loro volta tardano a far pervenire le loro risposte. Nel corso delle 3 settimane successive arrivano solo rifiuti, finché un istituto ci comunica che ha posto per la bambina più piccola. Avvertiamo Iris che il giorno dopo si reca alla segreteria per completare l’iscrizione mentre continuano le ricerche per inserire la bambina più grande.
In quei giorni ci arriva una comunicazione dalla Rete Scuolemigranti (rete che riunisce 93 Associazioni, inclusa la nostra, gestisce 120 scuole di italiano e agevola l’integrazione dei nuovi cittadini nel quartiere e nella comunità) nella quale viene fatto presente come alla Rete siano arrivate diverse segnalazioni da parte di associazioni e/o singoli cittadini che riportano criticità nell’inserimento di alunni stranieri neo-arrivati nelle scuole di Roma. La rete ha costituito un gruppo tecnico per mettere a punto un sistema di gestione congiunta tra Municipio-scuole-volontariato per affrontare il problema. Il fenomeno, che grazie soprattutto alla Rete è stato portato alla luce e denunciato, rappresenta un danno grave del diritto allo studio e mette in evidenza i deficit del sistema d’istruzione nel territorio metropolitano di Roma, soprattutto perché l’afflusso di ricongiungimenti di minori in età scolare è un evento prevedibile che può e deve essere affrontato in modo coordinato e sistematico.
Per fronteggiare il fenomeno, la Rete invita tutte le associazioni che si occupano di iscrizioni scolastiche di alunni stranieri, a contattare l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio che è a conoscenza della capienza di tutte le scuole di Roma, in modo da agevolare la ricerca di scuole disponibili ad accogliere alunni in corso d’anno. Inoltriamo dunque la richiesta al suddetto ufficio, ma la risposta purtroppo è insufficiente e non ci aiuta nella soluzione del problema.

Il 4 marzo arriva la comunicazione della chiusura delle scuole nel Lazio a causa dell’emergenza COVID-19, la situazione si complica ulteriormente. Ad oggi non abbiamo ancora ricevuto nessuna risposta dagli istituti contattati e Primula continua a non accedere al servizio scolastico.
Intanto Iris deve anche occuparsi di effettuare l’iscrizione anagrafica che le consentirebbe di accedere ai servizi di welfare locali, tra i quali il servizio sociale e l’accesso al Servizio Sanitario. Purtroppo Iris non ha un contratto di affitto regolare né il permesso di richiedere la residenza da parte del proprietario dell’appartamento dove vive con la famiglia.
Iris potrebbe far richiesta della residenza fittizia, ma la legge specifica che i cittadini comunitari possono ottenerla solo se soddisfano alcuni requisiti, tra i quali: disporre di un contratto di lavoro o essere in possesso di risorse economiche sufficienti per sé e per i propri familiari – circa 10mila euro – ed essere titolare di un’assicurazione sanitaria. Iris non possiede nessuno di questi requisiti e dunque non può accedervi. Siamo però in contatto con un piccolo gruppo di volontari che gestisce una scuola di italiano per stranieri nel territorio del Municipio VII, gli stessi che hanno indirizzato Iris al nostro sportello. Parlando con loro scopriamo che c’è la possibilità di fare a Iris un contratto di lavoro come domestica per qualche ora a settimana.

La giovane madre quindi torna al nostro sportello insieme al suo futuro datore di lavoro e insieme, attraverso il sito dell’INPS, registriamo il nuovo contratto, con il quale potrà recarsi al Segretariato Sociale del VII Municipio e iniziare le procedure per l’ottenimento della residenza fittizia, la regolarizzazione e l’accesso ai servizi sociosanitari per sé e per le bambine.
Con l’attuazione del DPCM del 9 marzo 2020 contro il COVID-19, che ha adottato ulteriori misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale, si sono bloccate le procedure per la richiesta d’iscrizione anagrafica. Inoltre, la situazione lavorativa, senza contratto, dovrà necessariamente essere sospesa. Di conseguenza, Iris, così come molte persone nella sua stessa situazione, finirà per trovarsi isolata, in quarantena, in forte difficoltà economica e priva dell’accesso ai servizi essenziali, in primo luogo quello sanitario.
L’emergenza del Coronavirus, aggrava la precarietà e le difficili condizioni di vita in cui molte persone, soprattutto stranieri, sono già costretti a vivere in situazioni ordinarie.
Ma Iris non si arrende e noi neppure.

Una mamma resiliente

Dalia ha 35 anni, arriva in Italia dall’America Latina a marzo 2018 con regolare visto turistico poi scaduto a gennaio 2019. Nel mese di ottobre 2018 la raggiunge a Roma anche il figlio di 3 anni. La famiglia vive in un appartamento insieme a un connazionale che si è offerto di ospitarla gratuitamente.
A fine ottobre 2019 la signora si presenta allo sportello sociale di Cittadini del Mondo, che offre un servizio gratuito di ascolto e orientamento alla popolazione straniera, per chiedere informazioni rispetto alla regolarizzazione della propria posizione sul territorio italiano.
L’associazione le offre supporto per iniziare le pratiche per la domanda di protezione internazionale e a novembre 2019 madre e figlio inoltrano richiesta presso la Questura di Roma che li porta ad essere attualmente entrambi titolari di permesso di soggiorno provvisorio per richiedenti asilo. Inoltre lo sportello dell’associazione la prepara per il colloquio presso la Commissione territoriale di Roma.
Durante questi incontri Dalia riferisce di essere scappata dal Paese di origine perché vittima di violenza da parte del marito nonché padre del bambino, violenza che si esplicava in ogni sua forma: psicologica, verbale, economica, fisica e in atti di stalking.
La signora riporta che il suo matrimonio è avvenuto sotto ricatto di lui, che minacciava di non riconoscere il figlio se lei non avesse acconsentito a sposarlo. Le violenze sono proseguite anche dopo la nascita del bambino che, per la maggior parte dei casi, era presente durante tali episodi.

Nel prendere la decisione di allontanarsi dal marito Dalia ha chiesto supporto alla famiglia che, al contrario, l’ha spinta a rimanere con il marito e a non chiedere il divorzio in quanto ciò non sarebbe stato tollerato dalla comunità di appartenenza. La donna ha sporto denuncia nei confronti del marito ma la polizia non ha mai preso provvedimenti per ciò che stava subendo. Riferisce che la polizia del suo Paese è molto corrotta e per tali ragioni non esiste un vero e proprio sistema di tutela nei confronti delle donne vittime di violenza maschile.
La continua situazione di violenza di cui erano vittime sia lei che il bambino, il mancato supporto da parte della propria famiglia e l’inesistente sistema di tutela, l’hanno spinta a lasciare il Paese e a partire per l’Italia, luogo in cui ha trovato, almeno in minima parte, una rete di supporto.

La signora, seguita dallo sportello sociale di Cittadini del Mondo, ha iniziato un percorso di supporto psicologico presso l’Istituto Nazionale salute Migrazioni e Povertà (INMP). Trova lavoro con contratto come baby sitter e il bambino inizia a frequentare la scuola dell’Infanzia.
A novembre Dalia chiede l’iscrizione anagrafica a Via Modesta Valenti I perché si trova nella condizione di non poter richiedere l’iscrizione presso l’abitazione in cui ora è domiciliata, ma dal Municipio le rifiutano tale pratica in virtù dell’art. 13 DL 113/18. Decide quindi di fare ricorso con l’avvocato ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) a cui l’abbiamo inviata e a cui pertanto trasmettiamo relazione sociale sul caso della signora.
Sono ormai numerose le pronunce giudiziarie che riconoscono il diritto del richiedente asilo alla iscrizione anagrafica: tutte hanno affermato una interpretazione dell’art. 13 DL 113/18 secondo la quale l’affermazione per cui il permesso di soggiorno per richiesta asilo “non costituisce titolo” per l’iscrizione anagrafica avrebbe soltanto l’effetto di far venire meno il “regime speciale” introdotto dall’art. 8 DL. 17.2.17 n.13 conv. in L. 13.4.17 n. 46 (secondo il quale i richiedenti asilo venivano iscritti all’anagrafe sulla base della dichiarazione del titolare della struttura ospitante) e riportare il richiedente al regime ordinario: quello cioè della verifica della dimora abituale, come previsto anche per il cittadino italiano, al quale lo straniero regolarmente soggiornante è parificato ai sensi dell’art. 6, comma 7 TU immigrazione.

A gennaio accompagniamo Dalia all’ASL per effettuare esenzione per richiedenti asilo (codice E06). Inizialmente le operatrici dell’ASL dichiarano l’inesistenza di tale esenzione ma nel momento in cui gli mostriamo la legge di riferimento ci consegnano il modulo per richiederla.
Dalia è in attesa che la Questura le comunichi il giorno in cui verrà ascoltata dalla commissione territoriale per la richiesta di asilo politico.
Intanto proseguono bene le sedute con la psicologa dell’INMP che vuole aiutarla per la commissione e le consigli di recarsi dal medico di base per farsi prescrivere una visita dermatologica che potrebbe certificare che la cicatrice che ha sull’avambraccio è stata causata da una bruciatura inflitta dal suo ex marito con una sigaretta. Tale certificato potrebbe risultare utile davanti alla commissione per provare le lesioni subite.
Racconta di voler cambiare lavoro poiché gli orari come colf/ baby sitter non coincidono con quelli di uscita da scuola del figlio. Il bambino a mensa non mangia quasi nulla e lei è molto preoccupata che tale comportamento sia dovuto a una sofferenza causata dall’assenza della madre e dai drastici cambiamenti che ha vissuto in questo periodo. Dalia vorrebbe cercare un’altra sistemazione abitativa che le consenta di creare un ambiente domestico più intimo e accogliente per il bambino ma è consapevole che è difficile trovare una casa a Roma a basso costo.
Dopo circa un mese trova un altro lavoro come baby sitter a uno dei compagni di classe del figlio ma la datrice di lavoro non sembra volerle fare il contratto. È motivata a cercare un lavoro con contratto anche per la mattina.
Il figlio ancora non mangia a scuola ma lei sta introducendo nella dieta del bambino alcuni alimenti italiani a cui il piccolo non è abituato e sembra che la situazione stia migliorando. Racconta che il figlio già parla molto bene l’italiano e anche lei sta migliorando. Si stanno adattando bene al territorio: ha iscritto il bambino a nuoto e frequentano le famiglie dei compagni di classe.

Dalia sembra tutto sommato serena e molto motivata grazie soprattutto alla rete che la sta supportando e che continuerà a farlo.

E’ tempo di iscrizioni

Sparaxis è un uomo del Bangladesh arrivato in Italia nel 2004 e residente con regolare permesso di soggiorno. A dicembre 2018 si presenta al nostro Sportello Sociale perché vorrebbe iscrivere a scuola i suoi due figli che in quel momento sono ancora in Bangladesh ma il 27 gennaio 2019 arriveranno a Roma insieme alla mamma per il ricongiungimento familiare. Le operatrici dello sportello danno appuntamento a Sparaxis per il 29 gennaio per effettuare le iscrizioni online dei figli Ciclamino di quattordici anni e Violetta di cinque, l’ultima scadenza per l’iscrizione online all’anno scolastico successivo è prevista il 31 gennaio.

Nel frattempo dallo sportello sociale viene contattata l’associazione FOCUS – Casa dei Diritti Sociali per capire se c’è la possibilità di inserire Ciclamino nel loro progetto “Today, Tomorrow, ToNino” che supporta ragazzi stranieri nello studio e nell’apprendimento della lingua italiana.

Il 2 febbraio Sparaxis si presenta per procedere con l’iscrizione di Ciclamino, per Violetta infatti è sicuro sia tutto a posto. Ha provveduto autonomamente. Il termine per l’iscrizione online per l’anno successivo di Ciclamino è ormai scaduto, le operatrici decidono di tentare l’iscrizione per l’anno in corso cercando posto in una seconda media. In questo modo il ragazzo, pur frequentando con bambini più piccoli, avrà tempo di imparare la lingua e prepararsi all’esame di terza media. Non c’è tempo da perdere, l’inserimento a gennaio non è mai semplice e ogni giorno che passa è un giorno di scuola in meno per Ciclamino.

Vengono inviate richieste d’iscrizione a diverse scuole: Rita Levi Montalcini, l’I.C Via Cenada, l’I.C Via dell’Aeroporto, l’I.C. Parco degli acquedotti, l’I.C Via Mommsen e l’I.C. di Viale dei Consoli.
Nel frattempo da FOCUS – Casa dei Diritti Sociali ci comunicano la disponibilità di posto per Ciclamino che verrà ricontattato per organizzare un primo colloquio e poi iniziare i corsi.

In alcune scuole ci dicono subito che non c’è posto, l’ I.C. Parco degli acquedotti e l’I.C Via Cenada non rispondono, mentre l’I.C Via dell’Aeroporto e l’I.C Via Mommsen ci assicurano che ci faranno sapere. La situazione di attesa e sollecitazioni prosegue per altri venti giorni e vari tentativi di contatto, il 20 febbraio dall’I.C Via dell’Aeroporto arriva la conferma di una disponibilità. Nei giorni successivi Sparaxis si reca in segreteria a completare l’iscrizione, il ragazzo inizierà a frequentare il 25 febbraio in una classe seconda.

Il 6 marzo il Sparaxis torna a sportello per l’iscrizione di Violetta alla scuola dell’infanzia. Credeva di averla già effettuata, ma si trattava dell’iscrizione presso la scuola primaria per l’anno successivo. Ora vorrebbe la possibilità di inserire la bambina a scuola nell’anno corrente. Vengono inviate richieste a varie scuole e il 20 marzo otteniamo una risposta positiva: la scuola dell’infanzia dell’I.C. di Via Stabilini ha un posto disponibile, il padre dovrà recarsi alla segreteria didattica per completare l’iscrizione. Ma una settimana dopo Sparaxis ritorna, non ha effettuato l’iscrizione di Violetta, la scuola è troppo lontana da casa, la mamma con i mezzi pubblici impiegherebbe troppo tempo ad accompagnarla e andarla a prendere, anche perché l’orario disponibile è solo quello antimeridiano. La famiglia decide quindi di tenere Violetta a casa fino a settembre 2019 quando inizierà a frequentare la scuola elementare.

Intanto Ciclamino frequenta la scuola media e ad aprile inizia anche il progetto “Today, Tomorrow, ToNino” che lo supporta nell’apprendimento della lingua. A giugno viene promosso in terza media e in autunno trova posto nel doposcuola della parrocchia vicino casa e inizia a frequentare un corso di inglese pomeridiano promosso dalla scuola.

Alla fine dell’anno Sparaxis torna al nostro sportello, il prossimo anno Ciclamino frequenterà le superiori e bisogna fare l’iscrizione sul sito del MIUR. Terminate le pratiche di registrazione c’è da scegliere solo la scuola e l’indirizzo, ma il papà non è sicuro. Così a gennaio 2020 sarà direttamente Ciclamino, accompagnato da un coetaneo più ferrato sull’italiano, a rivolgersi al nostro sportello per essere accompagnato dall’operatrice nella scelta dell’indirizzo da prendere e per l’invio della domanda d’iscrizione. Ciclamino ha deciso: frequenterà un istituto tecnico con indirizzo informatica e telecomunicazioni in lingua inglese.

Storia di C, uomo eritreo di 35 anni

Da bambino vivevo vicino alla città di Cheren, in un paese di campagna con mio padre, mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Prima dello scoppio della guerra, l’Eritrea era colonia italiana, dal 1890 fino al 1942, anno in cui è iniziata l’occupazione etiope durata quasi trent’anni. Nel 1991, gli etiopi sono stati cacciati e nel 1998 è iniziata un’altra guerra contro l’Etiopia finita nel 2001. Durante la prima guerra contro l’occupazione etiope, nel 1989, con mio padre, mia madre e mia sorella abbiamo deciso di lasciare il Paese per andare in Sudan. Gli altri fratelli e sorelle sono rimasti in Eritrea con dei nostri parenti. Mia sorella maggiore ha deciso di rimanere in Eritrea in una zona più tranquilla. Noi non siamo rimasti con lei perché c’erano i militari etiopi che non ci lasciavano passare.
Dopo la morte di mia madre in un incidente stradale, sono rimasto in Sudan con mia sorella e mio padre. Lui lavorava come agricoltore mentre io e mia sorella di dieci anni andavamo a scuola. Siamo rimasti in Sudan fino al 1991, quando avevo all’incirca otto anni e abbiamo deciso di tornare nella mia città in Eritrea, dove però non si stava bene, a causa della guerra e dei numerosi conflitti. Così io, mio fratello maggiore e mia sorella, siamo tornati in Sudan, mentre mio padre ha deciso di rimanere. Mia sorella poi, nel 1996, è tornata in Eritrea, invece io sono rimasto altri cinque anni, ho concluso la scuola e sono tornato solo nel 2001, per aiutare mio padre. Però lui non voleva che rimanessi perché credeva che, se fossi rimasto, mi avrebbero costretto ad arruolarmi come militare. Perciò, all’età di ventitré anni, sono ritornato in Sudan dove ho preso il diploma e ho iniziato a lavorare. La situazione però non era sostenibile, dovevo aiutare la famiglia ma il lavoro non era sufficiente per mantenere tutti. Così, nel 2006, ho deciso di partire per l’Italia ed eventualmente provare a raggiungere l’Inghilterra.

Per arrivare in Libia ho pagato ai trafficanti 1700 dollari. Siamo partiti il 6 giugno, eravamo quaranta per- sone, ammassati uno sopra l’altro dentro una camionetta. È stato un viaggio terribile, faceva caldo e non ci davano da bere. Alcuni stavano molto male. Noi avevamo portato dell’acqua ma non era abbastanza per il viaggio e i trafficanti non ce ne davano a sufficienza. Abbiamo sbagliato strada e per questo motivo il viaggio è durato più di due settimane, cinque giorni più del previsto. Arrivati a Tripoli ho pagato altri 900 dollari per il viaggio verso l’Italia. Ne volevano 1500 ma sono riuscito a contrattare. Mi hanno rinchiuso in una casa per dieci giorni, aspettando che le condizioni del mare permettessero di partire. La barca era molto piccola, lunga 3 metri ma ci stavamo in una trentina di persone. Agli scafisti non importava se qual- cuno moriva. Il 24 giugno 2006 siamo riusciti ad arrivare a Lampedusa tutti vivi, per fortuna. Appena ar- rivati ci hanno soccorso e portati nei vari ospedali perché eravamo tutti malati e pieni di infezioni alla pelle. Io ho avuto la scabbia per almeno due mesi, non riuscivo a farla guarire. Mi hanno medicato e mi hanno dato vestiti nuovi. Con l’aereo, poi, mi hanno portato a Crotone dove sono rimasto per quaranta giorni e dove sono riuscito a ottenere il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria. Era agosto del 2006 quando, con soli 40 euro, sono arrivato a Roma direttamente al Selam Palace.
Non mi piaceva Selam. Era un ambiente brutto, più di mille persone e tutti i piani erano occupati. I ragazzi si ubriacavano e la notte c’erano risse e liti. Action (Movimento di lotta per la casa) gestiva le entrate e le uscite dall’occupazione e a me hanno consentito l’accesso subito. Andavo spesso al centro Caritas per mangiare. Sono rimasto per due settimane a Selam fino a quando sono andato in un centro di accoglienza a Casalotti dove mi hanno offerto, per sei mesi, la possibilità di dormire. Terminati i sei mesi di accoglienza al centro sono tornato a Selam. Nel frattempo provavo a cercare lavoro anche se parlavo poco italiano. Ho trovato un posto come operaio, per cinque anni, finché non mi hanno messo in cassa integrazione per un altro anno e mezzo e poi è finita anche quella. Ho iniziato a lavorare in nero in una bancarella di altre persone e anche a palazzo Selam dove avevo un piccolo negozio di alimentari.
Sono stato in Svezia per una settimana, per cercare lavoro ma non sono riuscito a trovare niente e non mi è piaciuto il Paese, faceva troppo freddo e anche se era estate c’era poco sole. Ho provato anche ad andare una settimana in Francia nel 2009, ma sono tornato perché non faceva per me.

Nel 2011 ho partecipato a due maratone di Roma da 20 km a febbraio e da 40 km a marzo, entrambe le volte mi sono piazzato bene.
Tutte le mattine mi sveglio alle 6, leggo il giornale, quello che danno in metropolitana, e vado a cercare lavoro. Mi piacerebbe lavorare in un forno o come operaio. So portare bene la gru! Da poco ho incominciato anche la scuola di italiano, imparo la lingua anche guardando la televisione o utilizzando dei corsi su YouTube. Attualmente non lavoro e abito ancora a Selam insieme ad oltre 600 persone di quattro nazionalità diverse: Eritrea, Etiopia, Sudan e Somalia. Le religioni praticate sono quella musulmana e quella cristiana. Ci vivono per lo più uomini e ci sono una trentina di bambini ma non abbiamo spazi in cui farli giocare. Ogni nazionalità è rappresentata dal membro di un comitato che ha il compito di gestire i rapporti tra le persone dei diversi paesi. Nel comitato ci dovrebbero essere dodici persone, tre rappresentanti per ogni paese. Ora però siamo rimasti in quattro, gli altri sono andati via per motivi di lavoro. Per decidere le cose importanti facciamo le assemblee con le persone che vivono nel palazzo. Le assemblee si fanno nella stanza grande al piano terra davanti all’ambulatorio, vi partecipano più o meno 200 persone.

Oggi Selam è cambiato. L’ambiente è più calmo, ci sono più persone che lavorano e conoscono le leggi. Ora, rispetto a prima, la situazione è migliorata però è comunque molto difficile viverci. C’è un bagno per dieci persone con una sola lavatrice all’interno e questo crea spesso litigi. Le stanze sono molto piccole e in ognuna di esse vivono almeno tre persone. Io abito con un ragazzo ma ora lui lavora fuori e quando torna cerchiamo di aiutarci a vicenda. Nella camera ho un lavandino per lavare le mani e i piatti e per cu- cinare uso la bombola e una piccola macchina del gas. Primo usavo la piastra elettrica ma saltava troppo spesso la corrente e l’ho tolta.
Nel palazzo c’è un ristorante e un negozio di alimentari. Con il ricavato del ristorante si comprano le cose per fare le pulizie, c’è una persona pagata che se ne occupa.
Ci sono degli spazi che utilizziamo per stare insieme e per celebrare matrimoni o anche riti funebri. Mi sento a casa quando sono a Selam ma noi vorremmo una casa popolare e un lavoro. Io in particolar modo vorrei trovare una stanza in affitto. Oggi so che gli italiani non stanno bene ma noi stranieri stiamo molto peggio. Ora in Eritrea non si sta bene, non c’è un governo giusto e non si sono mai svolte elezioni, e devi stare at- tento a non finire in galera perché se ci entri non ne esci più. Se la situazione fosse migliore tornerei subito, anche oggi! Mio padre è morto nel 2015, ma sento spesso la mia famiglia. Mio fratello è in Sud-Arabia, un altro sta in Calabria e le mie tre sorelle, tutte sposate, sono in Eritrea. Ci parlo più di una volta a settimana anche se la linea non funzione bene. Prima, quando lavoravo, inviavo loro anche un po’ di soldi ma ora non me lo posso più permettere.

Il caso di John e Alex. Una storia di diritti negati… a lieto fine

Tra i numerosi utenti dello sportello sociale di Cittadini del Mondo, che hanno avuto difficoltà per il rinnovo o il primo rilascio del permesso di soggiorno a causa di un abuso compiuto dall’ufficio immigrazione della Questura di Roma, alcuni sono meritevoli di attenzione in quanto le vie legali si sono strettamente legate con quelle sanitarie.
È il caso di due gemelli nati prematuri, alla 27esima settimana e in sofferenza fetale. I bambini presentano fin da subito problematiche legate allo sviluppo cognitivo e motorio, necessitano perciò di un pediatra che possa regolarmente visitarli, una presa in carico da parte del TSMREE (Tutela della Salute Mentale e Riabilitazione in Età Evolutiva) per quanto concerne l’inizio immediato di una riabilitazione neuropsicomotoria (ancora in corso), l’accesso alla procedura di invalidità e accompagnamento e alla Legge 104.
I minori accompagnati seguono come ogni minore di nazionalità terza le sorti burocratiche del genitore che ne ha carico, in questo caso la madre. La signora si è infatti prontamente recata presso l’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma sito in Via Patini 23 per richiedere il primo rilascio del permesso di soggiorno per i due gemelli. L’ufficio le ha negato tale rilascio consegnandole un provvedimento di diniego previsto dall’art. 10 bis della L.241/1990 a fronte della sua richiesta.
Questo strumento introdotto nel nostro ordinamento attraverso la Legge n. 15 del 2005 prevede che la Pubblica Amministrazione (l’Ufficio Immigrazione) nel procedimento ad istanza di parte (la richiesta di rilascio del permesso per i gemelli), debba comunicare i motivi che giustificano il diniego prima di formulare un provvedimento che modifichi la sfera individuale del soggetto. Rigettando la richiesta di primo rilascio del permesso per i gemelli per mancanza del requisito della residenza, l’amministrazione ha commesso un profondo abuso. I requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno, e in particolare per il primo rilascio, sono per legge ben altri e non attengono alla residenza.

La madre dei gemelli è di origine eritrea, ha un permesso accordato dalla Commissione Territoriale di Siracusa nel 2011 rilasciante la protezione internazionale per status (rifugiato politico) e vivendo a Palazzo Selam da prima del 2014 è residente nella medesima via in cui è ubicato il palazzo: Via Arrigo Cavalieri 8. Questo indirizzo non è più accettabile come valido per la registrazione anagrafica in quanto a partire dal 28 marzo 2014, l’art. 5 della legge Renzi-Lupi stabilisce che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.” A partire da questo momento perciò tutti i nuovi arrivati a Palazzo Selam sono stati registrati all’ufficio anagrafe con l’indirizzo di residenza fittizia Via Modesta Valenti.
L’abuso dell’amministrazione si rintraccia nel fatto che la legge non prevede nei requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno quello della residenza.
I primi problemi nella lunga trafila di operazioni amministrative e legali che la madre ha dovuto affrontare per l’accesso a i servizi di cui sopra è stata in primis l’assegnazione di un pediatra. Sono infatti dovute intervenire le operatrici dell’associazione e la sua presidente, la Dott.ssa Donatella d’Angelo, affinché venisse spiegato agli uffici della ASL che i gemelli pur non disponendo ancora di un permesso di soggiorno proprio avessero pieno diritto ad un pediatra. Il minore non può mai essere considerato come irregolare ai sensi dell’art. 19 del TUI (testo unico sull’immigrazione), inoltre l’art. 35 della medesima legge e la Convenzione Onu art. 24 per i diritti del fanciullo garantiscono il diritto di ogni minore a beneficiare dei servizi sanitari senza alcuna discriminazione indipendentemente dalla loro nazionalità, regolarità del soggiorno o apolidia. Va sottolineato in più che il diritto all’assistenza sanitaria nella Legge “Salvini” del 2018, o meglio nella relazione illustrativa al decreto, precisa che l’esclusione dall’iscrizione anagrafica non pregiudica l’accesso al servizio sanitario così come previsto nell’accordo in materia sanitaria sottoscritto da Governo, Regioni e Province autonome il 20/12/2012.
L’ASL in quella sede ha provvisoriamente accordato ai gemelli l’iscrizione al servizio sanitario e quindi al pediatra fino a novembre 2019. Il pediatra ha poi prodotto l’impegnativa necessaria per l’inizio immediato del percorso neuropiscomotorio per entrambi i bambini.
L’accesso invece alla procedura di invalidità e alla Legge 104 è stata soltanto avviata, poiché una volta che fosse stata accordata dai medici legali dell’INPS poteva essere fruibile soltanto tramite l’apertura di un conto postale nominale dei gemelli con gestione del genitore a carico e anche in questo caso non è stato possibile aprire il conto poiché veniva richiesta l’esibizione di un documento di riconoscimento, ovvero del permesso di soggiorno.

L’associazione ha così contattato un’avvocatessa dell’ASGI, disponibile per la rappresentanza legale dei due gemelli, in regime di gratuito patrocinio, che ha avviato un ricorso ex. art. 700 cpc.
Si tratta di un rimedio atipico, esperito soltanto laddove l’ordinamento non preveda una specifica tutela a fronte dell’immediato pregiudizio che sta subendo un determinato di diritto. In questo caso i gemelli non disponendo di un loro personale permesso di soggiorno (a cui avrebbero dovuto accedere seguendo la protezione accordata dallo stato italiano nei confronti della loro madre) vedevano pregiudicati i loro diritti fondamentali: diritto alla salute esercitato tramite un pediatra di fiducia, accesso alle cure necessarie data la loro disabilità, i diritti economici e sociali legati al riconoscimento della loro grave invalidità. L’avvocatessa ha perciò formulato una diffida a mezzo PEC nei confronti dell’ufficio immigrazione a cui non è seguita nessuna risposta. A fronte di tale silenzio la legale ha depositato un ricorso presso il tribunale ordinario di Roma, nella sezione diritti della persona e immigrazione, richiedendo l’immediato rilascio del permesso di soggiorno per i due gemelli. Il tribunale di Roma nell’estate del 2019 ha emesso un decreto con accoglimento totale rispetto alla pretesa avanzata dalla madre dei due gemelli ordinando alla Questura interessata non solo il primo rilascio del permesso dei gemelli ma anche l’immediato rinnovo del permesso della madre, in modo da consentire che il percorso temporale dei tre permessi fosse nel tempo sempre lo stesso. Va anche sottolineato che la madre dei gemelli ha potuto ritirare tale permesso soltanto a ottobre 2019 malgrado la data del decreto sopra menzionato fosse antecedente di parecchi mesi.
Soltanto da pochissimo tempo perciò è stato possibile aprire i conti postali nominali su cui i due gemelli possono ricevere le pensioni di invalidità e accompagnamento.

Storia di J

J è una donna di 35 anni. Si è presentata nell’estate del 2018 al nostro sportello sociale per un consulto su come affrontare la situazione familiare che stava vivendo.
È in Italia da 10 anni ed è arrivata tramite ricongiungimento familiare, nonostante il marito M si sia sbagliato a farle i documenti invertendole nome e cognome.
Vive in un appartamento con il marito, i due figli di sei e otto anni, il fratello, un amico del fratello e altre tre persone in subaffitto.
J si è sposata a 18 anni nel suo Paese di origine attraverso un matrimonio combinato dalla famiglia e al momento delle nozze non aveva mai incontrato lo sposo, M, un uomo di 11 anni più vecchio di lei. A causa delle nozze J ha dovuto interrompere gli studi, non potendo ottenere il diploma delle scuole superiori.
Fin da subito M ha mostrato di avere una dipendenza dagli alcolici, è poco presente in casa, torna solo per mangiare e dormire. Anche dopo l’arrivo in Italia, dove lavora come aiuto cuoco, e dopo la nascita dei figli, la situazione non cambia. Quando rientra ubriaco la notte pretende di avere rapporti sessuali con la moglie minacciandola di metterla incinta se si rifiuta e le lascia spesso segni di morsi su faccia e collo che lei non sa come spiegare a parenti e conoscenti. I figli dormono nella stanza attigua a quella dei genitori e probabilmente percepiscono questo tipo di dinamiche, sono molto legati alla madre e senza di lei non mangiano e non dormono. Il padre con loro sembrava essere affettuoso, ma la partenza del fratello di J per qualche mese è coincisa con l’inizio di urla e insulti anche verso i figli.
M prova anche a costringere la moglie ad un isolamento economico e sociale. Non solo le raccomanda di non legare con altre persone e di non fidarsi degli italiani, ma non le garantisce un regolare sostentamento economico, tanto che spesso J è costretta a discutere con lui per avere il necessario per fare la spesa. Allo stesso tempo, M e la sua famiglia tentano costantemente di avere accesso ad un piccolo fondo che J ha a proprio nome nel Paese d’origine.
L’anno precedente all’incontro con noi, J ha frequentato un corso di italiano con ottimi risultati e avrebbe anche potuto continuare a studiare, magari per prendere la terza media, ma la sua situazione domestica l’ha provata fisicamente e psicologicamente, sfociando anche in diversi attacchi di panico.
Quando è arrivata al nostro sportello aveva un ritardo del ciclo mestruale e successivamente si è rivelata essere incinta. L’abbiamo indirizzata al consultorio familiare dove ha avviato le pratiche per l’interruzione di gravidanza e ha iniziato a considerare l’idea di separarsi dal marito, frenata dalla preoccupazione per il sostentamento dei figli.
Tornata a sportello, qualche tempo dopo, ci ha informato di aver avuto un aborto spontaneo e di aver smesso di dormire in camera con il marito da circa un mese. Inizia a pensare di separarsi, anche se il marito per breve tempo è stato più gentile, ha attraversato alti e bassi durante i quali ha minacciato di lasciare J e risposarsi, di staccare le utenze di casa e non pagare più l’affitto, salvo poi chiedere di essere perdonato buttandosi a terra smentendo le minacce precedenti, prima di tornare, nel giro di pochi giorni, ad obbligarla ad avere rapporti sessuali non consenzienti.
Abbiamo accompagnato J in un centro antiviolenza (CAV), dove ha cominciato ad essere seguita tramite un supporto psicologico e legale in vista della futura separazione, poiché inizialmente non voleva trasferirsi in una casa protetta con i suoi figli per non allontanarli dalla scuola che frequentano. Parallelamente le abbiamo indicato un centro di orientamento al lavoro (COL) per indirizzarla verso un’indipendenza economica ed è stata presa in carico dal servizio sociale professionale del municipio.
Successivamente, per circa un mese, J lascia in Italia il marito e si reca nel suo Paese insieme ai figli. Sia lei che i bambini si trovano molto bene, tanto da pensare di tornare a vivere lì senza M, ma i genitori spingono perché non divorzi, la suocera si scusa per i comportamenti di M e tutta la famiglia del marito le si mostra gentile e disponibile; queste reazioni insospettiscono J.
Tornata in Italia, continua il suo percorso con i servizi sociali e il CAV e i bambini ricominciano la scuola. Ma ricominciano anche le abitudini del marito che una sera torna a casa completamente ubriaco. Non si regge in piedi, barcolla e sbatte la testa per ogni dove, inizia a vomitare e nel trambusto sveglia i bambini che lo vedono e ne rimangono impressionati. J questa volta riprende tutto con il cellulare e il giorno seguente condivide il filmato con i suoi familiari per convincerli del fatto che M non è una persona con cui lei può rimanere sposata. Di fronte all’evidenza anche la famiglia di lei si convince che J se ne debba separare. A questo punto la permanenza in casa diventa sempre più rischiosa e M cerca a più riprese un contatto intimo che J rifiuta. Anche i bambini se ne accorgono: un giorno uno dei due si mette tra i genitori urlando ad M di lasciare stare la mamma e il papà lo colpisce con un ceffone.
Contemporaneamente J, indirizzata dal CAV, inizia un corso di formazione retribuito di circa 10 mesi promosso dalla Casa Internazionale delle Donne. Non riesce a credere che, oltre ad aver trovato un luogo in cui sentirsi sicura, protetta e messa in grado di confrontarsi, crescere e apprendere, può riuscire ad avere anche un minimo di indipendenza economica. La sua unica fonte di reddito diretto infatti deriva dai 30 euro settimanali che le vengono dati per pulire la casa e le stanze subaffittate, fare la spesa e cucinare pranzo, cena e colazione per gli ospiti oltre che per la propria famiglia.
In seguito ad un intervento chirurgico che ha visto M ricoverato e poi convalescente, ma soprattutto inoffensivo, J ha il tempo di mettere insieme le idee e durante una serie di colloqui con le operatrici del nostro sportello e del CAV si rende conto definitivamente della necessità di allontanarsi dal marito per tutelare il proprio benessere e quello dei bambini. L’idea è chiara, ma è solo dopo altri tre mesi di violenze sessuali che J trova il coraggio di uscire di casa una volta per tutte, accettando persino di dover cambiare scuola ai figli e allontanarsi dalla rete di mamme solidali che l’ha sostenuta fino a quel momento.
J lascerà il marito, gli stupri, le umiliazioni e il lavoro sottopagato, c’è già una casa sicura in cui presto si libererà una stanza per lei e i suoi bambini. A quel punto, però, sarà fondamentale che la rete di servizi attivata continui a sostenerla nel percorso di emancipazione e costruzione di una nuova vita insieme ai suoi figli. Sarà centrale la possibilità di trovare lavoro, fondamentale strumento di riscatto, ma anche il rinforzo delle reti di relazioni che sta intorno a J in un momento di transizione così delicato.

Storia di M

M, è un ragazzo Eritreo di 36 anni con un permesso di soggiorno per Asilo Politico rilasciato dalla Questura di Pisa scaduto nei primi mesi del 2019. La persona in questione è affetta da disturbo della personalità di tipo borderline, con disturbo del controllo degli impulsi, abuso di alcolici, ricorrenti vissuti persecutori e paranoidi, ideazioni ipocondriache, turbe del pensiero e disgregazione affettiva.
M è stato a lungo seguito dal nostro Sportello Sociale, in particolare per la richiesta di invalidità civile, dovuta alla sua critica condizione sanitaria, per la quale è stato seguito anche dagli ambulatori del CIR (Consiglio italiano per i rifugiati).
Dopo una prima fase in cui l’invalidità era stata sottostimata e una lunga trafila durata più di un anno, M era riuscito ad ottenere il riconoscimento del livello di invalidità necessario per ottenere un sussidio; per sbloccarlo, però, era richiesto il codice fiscale della moglie che, dopo essersi ricongiunta al marito, era andata via e risultava irreperibile.

Da giugno 2017 a giugno 2018 e poi ancora da luglio a ottobre 2018 M è stato detenuto a Regina Coeli e poi rilasciato con quotidiano obbligo di firma. Nel frattempo, l’assistente sociale dell’Associazione ha cercato informazioni sullo stato della pratica d’invalidità, per verificare che non fosse scaduta. La pratica era stata archiviata poiché si sarebbe dovuto presentare per la visita a luglio 2017, ma ovviamente era stato impossibilitato a causa della sua detenzione. La scadenza della disabilità era prevista a gennaio 2018 ma a fini anno ancora non era stato riconvocato per il rinnovo.
Vista la precaria condizione psicofisica di M è facile immaginare che il suo ritorno a Selam sia stato deleterio. Selam è un palazzo occupato da centinaia di migranti e rifugiati del Corno d’Africa che versa in pessime condizioni igienico sanitarie, nonché unico posto in cui M ha trovato alloggio una volta uscito dal carcere. Cercando di trovare ospitalità in un centro in cui M potesse essere seguito e tenuto sotto controllo professionale, contattiamo il circuito migranti fragili del Comune di Roma che ci comunica che se M fosse residente a Roma ci potrebbe essere qualche possibilità di accoglienza.
Tra giugno e luglio 2018 è stata avviata la procedura di iscrizione anagrafica presso la residenza virtuale in un Municipio della Capitale e M ha ottenuto l’attestazione di prima analisi che conferma la presenza dei requisiti di fragilità sociale necessari.
Prima dell’arresto però M ha smarrito permesso di soggiorno e documento di viaggio, possiede fotocopie di entrambi oltre alle denunce di smarrimento. Dall’ufficio anagrafico ci è stato però comunicato che in assenza del documento originale non si può completare l’iscrizione anagrafica.
A fine 2018 ci siamo perciò rivolti all’Ufficio immigrazione della Questura di Roma di Via Patini per ottenere il duplicato del permesso di soggiorno smarrito, qui ci è stato detto che poiché il permesso originale è stato rilasciato dalla questura di Pisa, M si sarebbe dovuto recare a Pisa per chiedere il duplicato di un documento che sarebbe comunque scaduto a inizio 2019. Se invece M fosse risultato residente a Roma avrebbe potuto direttamente procedere per la domanda di rinnovo presso la Questura di Roma e parallelamente procedere con il circuito migranti fragili per la ricerca di una sistemazione più adatta alla sua situazione.
Tornati nuovamente in Municipio per capire se fosse possibile trovare una soluzione che aggirasse il problema della mancanza del permesso di soggiorno originale, ci viene comunicato che in seguito all’emanazione del decreto sicurezza è stata diffusa una circolare che impedisce di rilasciare la residenza virtuale ai titolari protezione internazionale (modificata e corretta solo diversi mesi dopo) ed M si ritrova senza possibilità di accoglienza e rinnovo del documento.

Questi ripetuti rifiuti alle richieste di M lo hanno portato a non poter uscire dalla situazione di estrema fragilità in cui versava e il suo permanere all’interno di Palazzo Selam senza alcuna prospettiva di miglioramento della sua condizione globale lo hanno portato ad allontanarsi anche dalla nostra associazione con cui negli anni si era creato un rapporta di fiducia. Per diversi mesi non abbiamo avuto notizie, solo nelle ultime settimane siamo riusciti ad avere nuove informazioni su M: il suo disagio psichico si è aggravato portandolo a mancare al quotidiano appuntamento in commissariato per l’obbligo di firma ed è quindi nuovamente detenuto in carcere.