Storia di Solanum

Abbiamo conosciuto Solanum quasi un anno e mezzo fa, a marzo dello scorso anno. Il suo arrivo ci era stato già preannunciato dal marito, abitante storico di Palazzo Selam, che da tempo aspettava di ricongiungersi a lei e ai suoi bambini.
Appena arrivata dall’Etiopia il suo primo pensiero è stato quello di provare ad inserire subito i due figli alla scuola materna e per questo si è rivolta allo sportello di Cittadini del Mondo.
Ci troviamo a Palazzo Selam, come ogni giovedì sera, nel turbinio delle voci che animano l’ambulatorio. Le voci di chi aspetta il proprio turno, le voci di utenti e operatori all’opera tra un botta e risposta di problemi-soluzioni possibili, le voci dei mediatori che trasformano in suoni comprensibili le nostre e le loro voci… il solito fermento che si insinua nella testa provocando un tale stordimento che razionalizzi solo quando esci da lì.
Mentre gli operatori sociali procedono con la compilazione della scheda della nuova arrivata, ci racconta che ha studiato tanto nel suo paese, che ha conseguito la laurea in Farmacia e Chimica e che ha lavorato come farmacista. Ovviamente non parla una parola di italiano ma ci sorprende la fluidità del suo inglese. Intanto le voci allegre dei suoi bambini che le gironzolano intorno si uniscono al coro di voci dell’ambulatorio.

Noi medici ci avviciniamo a lei per una sua caratteristica che ci aveva colpito. E non serviva proprio un occhio clinico per notarla. Il nostro sguardo si era fermato sulla sua andatura palesemente anomala. Solanum zoppica vistosamente sotto i suoi lunghi abiti. Ci mostra in sede di visita l’aspetto della sua gamba: è deforme, il piede è colpito da gravi malformazioni ossee, alcune ossa sono del tutto assenti e altre sono fuse tra loro, l’intero arto non essendo completamente sviluppato misura 10 cm in meno rispetto al controlaterale e l’appoggio a terra è completamente sbilanciato creando importanti conseguenze su postura e andatura*.
Solo a quel punto incoraggiata da noi ci confessa che è afflitta da dolore cronico alla schiena e alle gambe. Questo non ci sorprende affatto visto che il peso del suo corpo è mal distribuito e le sue articolazioni ne risentono fortemente, e il fatto che non si fosse aperta a parlare da subito del suo problema, ci dimostra come lei abbia la percezione che sia tutto normale o che sia almeno rassegnata alla sua condizione fisica oppure che sia sicuramente ignara del fatto che dolori e limitazioni saranno sempre maggiori.Nonostante la deformità dell’arto le abbia causato una deviazione anatomica tale da determinare una diversità corporea percepita come esteticamente sgradevole, Solanum avrà sicuramente tirato fuori una grande forza perchè la disabilità che ne poteva conseguire è stata da lei stessa limitata. Infatti, ha da sempre condotto una vita normale: ha studiato, ha lavorato, è diventata mamma per ben due volte (e in gravidanza il peso aumenta), svolge le faccende domestiche, cresce due vivaci bambini, ha raggiunto il marito e non ultimo ora vive a Palazzo Selam. Dimostra grande entusiasmo nell’avere una consulenza ortopedica così ci mettiamo all’opera per trovarle uno specialista che possa fare al caso suo.

Preoccupati di provare ad aiutarla da un punto di vista meramente medico-ortopedico, ci siamo posti domande, ahimè senza risposta, anche sugli effetti della sua deformità sulla sua psiche, se è stata fonte di pietismo o pregiudizio, se ha dovuto portare avanti una sorta di battaglia personale contro fenomeni di esclusione sociale nel suo paese, domande lecite visto che a mala pena esiste una cultura dell’alterità a casa nostra, oppure se la sua deformità è stata accettata e tollerata con un atteggiamento fatalista, tipico di un paese del Corno d’Africa dove bisogna tener conto anche dell’appartenenza culturale, etnica e del credo religioso.
Nasce una riflessione spontanea a noi occidentali che siamo abituati a farci curare e correggere qualsiasi imperfezione, a noi per cui l’identità della persona si costruisce sull’immagine di sé piuttosto che sulle capacità, a noi che soffriamo di quel che viene definito dai manuali di psichiatria come dismorfismo corporeo. Ovviamente parliamo di tratti culturali portati all’estremo nelle sue deviazioni ma quello che va sottolineato è che siamo davvero tanto lontani da altre culture. Come si fa a non considerare come priorità un intervento di ricostruzione del piede ad una bambina alla nascita?

Un mese dopo va incontro a un aborto spontaneo. Inizia per noi un grosso impegno nella ricerca di un ortopedico che si possa interessare di un caso così impegnativo. Le spieghiamo che ci stiamo adoperando per trattarla e la mettiamo al corrente che durante la gravidanza non si possono effettuare gli esami radiografici, importanti al suo inquadramento diagnostico.
Dopo un paio di mesi riusciamo a ottenere un appuntamento per lei con un medico che si era reso disponibile e interessato al suo caso, glielo comunichiamo e subito ci arriva inaspettatamente la notizia che Solanum è nuovamente in gravidanza. Tutto da rimandare a 9 mesi. La gravidanza procede splendidamente e nasce una bellissima bambina.
Ma il tempo passa e le occasioni cambiano, così abbiamo dovuto creare nuovi contatti per assicurarle un iter terapeutico ben impostato e duraturo. Chiaramente avendo disponibilità economiche diverse o non avendo tre bambini che le scorrazzano intorno, sarebbe stato più semplice e veloce, ma siamo dovuti arrivare al mese di ottobre di quest’anno per farla visitare da un medico che, dopo accurata analisi, le prescrive esami e farmaci e opta per un trattamento conservativo mediante una calzatura fatta su misura che per Solanum sarà una realtà possibile solo grazie al riconoscimento dell’invalidità completato nei mesi precedenti.
Inizia per lei un percorso terapeutico che va attentamente valutato passo per passo e adattato gradualmente in modo tale da permettere aggiustamenti progressivi all’intero sistema osteomuscolare, per interferire delicatamente e non alterare bruscamente l’equilibrio bislacco su cui Solanum si sostiene da una vita. Un percorso che può restituirle la possibilità di distribuire uniformemente il peso del corpo sulle due gambe, di camminare in modo armonioso senza gravare sulle articolazioni, di continuare a vivere libera o almeno alleggerita dai dolori.
Chissà se Solanum ce la farà perché per anni è stata abituata a pensare che lei, la sua postura, la sua zoppia, i suoi dolori avevano minore dignità nell’essere affrontati e risolti rispetto a tutto il resto.

 

*(arto inferiore dx ipometrico di 10 cm rispetto al controlaterale e con evidenti deformità. Piede dx equino con deformità: assenza di mesopiede, 3 metatarsi e 3 dita con sindattilia)

Non è un palazzo per vecchi

Giochiamo un attimo di fantasia: se i fratelli Coen fossero entrati dentro palazzo Selam avrebbero cambiato la sceneggiatura del loro film, e di sicuro anche questa ristesura non farebbe ridere, proprio come l’originale. Parlerebbe di una donna anziana, sola e straniera che vive in un palazzo malandato popolato da stranieri, perlopiù giovani, in un paese, il nostro, che è diventato per vecchi. Quello che invece noi di Cittadini del Mondo possiamo raccontare di questa donna è un insieme di fatti reali raccolti dalla sua storia medica e personale che compongono una piccolissima e solo recente parte del suo vissuto che vogliamo condividere con i nostri lettori. Usare il nome di un fiore al posto del suo vero nome è l’unica imbellettatura fantasiosa che si vuole dare al caso trattato.
Nontiscordardime è una donna eritrea che abita a palazzo Selam da circa 7 anni. Con i suoi 72 anni è una delle donne più anziane del palazzo, anche se in realtà a guardarla sembra più vecchina di quel che è, con i soliti acciacchi che l’età porta con sé e sempre con quel buonumore che ha sciolto i cuori di tutti noi volontari di Cittadini del Mondo. Il suo umore e il suo essere smemorina le danno un’aria leggera e spensierata ma che ad un occhio clinico fanno intuire una forma lieve di demenza senile. Con la sua andatura malferma arriva puntuale all’apertura del nostro sportello, tutti i giovedì, per misurare la pressione. Perché Nontiscordardime soffre di ipertensione arteriosa da molti anni, mal controllata nel tempo che necessita di controlli regolari e aggiustamenti della terapia. Ciclicamente a ogni successo terapeutico seguono periodi in cui la sua pressione non viene tenuta a bada dai farmaci, per cui bisogna reimpostare la terapia oppure ricordarle come e quando assumere le tante pasticche che prende. Non è poi neanche così casuale che gli episodi di picchi ipertensivi corrispondano ai periodi in cui Nontiscordardime si è trovata in difficoltà nel reperire i farmaci poiché sprovvista di copertura assistenziale sanitaria, a causa delle inadempienze burocratiche che noi dell’associazione siamo purtroppo abituati a vedere tra i cittadini stranieri. Per gestire il suo caso è fondamentale cooperare tra noi, l’operato degli assistenti sociali è un ponte prezioso tra noi medici dell’associazione e le strutture sanitarie. Nonostante i “buchi” assistenziali, bisogna avere pazienza e tanto cuore per costruire un rapporto di fiducia, per capire se i farmaci non funzionano più, e quindi se la terapia diventa via via inefficace, oppure se è per sua dimenticanza o perchè non ha capito bene e fa confusione. Così siamo riusciti a far diventare l’appuntamento del giovedì un appuntamento fisso con lei. Un po’ come un gioco il controllo settimanale della pressione diventa occasione per scambiare due parole e tante volte, come una vera nonna, ci porta qualche prelibatezza fatta da lei in cucina mentre noi le consegniamo le ricette dei farmaci e i fogli scritti da noi da appendere al frigorifero che le ricordano come prenderli. Questo è un esempio di come l’associazione sia riuscita ad ottenere una buona gestione di una patologia cronica come l’ipertensione che necessita di controlli cadenzati e di aderenza al trattamento per evitare le gravi conseguenze che porta una pressione alta mal controllata, obiettivi raggiungibili solo se alla base c’è un rapporto di fiducia e una buona comunicazione tra medico e paziente. Inoltre come accade alla maggior parte delle persone anziane le ossa di Nontiscordardime sono fragili e doloranti, la sua osteoartrosi le procura un dolore continuo alla caviglia che non le permette un appoggio sicuro nell’andatura. Qualche mese fa, a seguito di una caduta a casa, si è procurata una doppia frattura del braccio che ha necessitato di intervento chirurgico. L’intervento a cui è stata sottoposta ha inoltre peggiorato il quadro di anemia da carenza di ferro che assume periodicamente cercando di non dar troppo fastidio al suo stomaco; lei è affetta da gastrite cronica per cui l’assunzione di ferro non sempre è sostenibile per lei. Siamo andati a trovarla in ospedale e i primi controlli dopo la dimissione li abbiamo effettuati presso la sua abitazione. Ci accoglie nella semplicità della sua stanza, con quelle pareti azzurre che le donano un’allegria inaspettata nel grigio del palazzo, con le foto dei figli che guarda con tanto orgoglio e quella moka sempre sul fornello per offrirci un buon caffè della sua terra d’origine, che ci ha promesso di non bere più come prima. Al tempo le avevamo spiegato che prendere 7 caffè al giorno è un’abitudine dannosa per la sua salute! Lei così minuta, con quel tutore così grande al braccio che le pesa tanto, viene ai controlli del giovedì mentre Cittadini del Mondo si mette in moto ancora una volta, accompagnando la signora alle visite in ospedale e cercando di cooperare coi medici ospedalieri attraverso comunicazioni scritte, per far sì che possa avere un’adeguata terapia per la sua osteoporosi. Qui il fallimento: nonostante i suoi esami evidenziassero un’osteoporosi grave, esami presi in visione anche al momento del suo ricovero, le vengono prescritti quei farmaci definiti di I livello, ossia di prima linea per quadri osteoporotici medio-lievi e che già assumeva perché prescritti dai medici dell’associazione. In realtà Nontiscordardime ha bisogno di farmaci molto più potenti e costosi che vengono prescritti dai medici specialisti attraverso la consegna di un piano terapeutico. Se fosse stata trattata a dovere, si sarebbe procurata una frattura così grave in seguito alla sua caduta? E in futuro come faremo a prevenire lo sgretolamento inesorabile delle sue ossa senza quell’adeguamento necessario della terapia? Quello di Nontiscordardime è il caso di patologie croniche “tipiche” dell’età avanzata ma che in una situazione di disagio socio-economico possono realmente condizionare la prognosi di tali affezioni.

Donne (e Uomini) Bangladesi

Durante l’attività dello studio di medicina generale della dott.ssa D’Angelo capita spesso di ricevere pazienti stranieri provenienti da diverse parti del mondo. Le storie presentate da un certo gruppo di pazienti colpiscono in particolar modo per caratteristiche comuni che si ripetono ogni volta come una specie di mantra. Sono le storie delle donne che provengono dal Bangladesh. Quelle ricoperte da stoffe coloratissime. Quelle accompagnate in visita sempre dai loro mariti. Quelle che ringraziano attraverso un sorriso silenzioso ed enigmatico. Questa volta, cercando di non cadere in banali generalizzazioni, non discutiamo di un caso singolo ma parliamo della storia di tutte loro perché sembrano tutte seguire un copione ben stabilito, sempre le stesse difficoltà a cui seguono sempre le stesse risposte che si traducono nello stesso effetto, ovvero un isolamento progressivo che inizia dal loro arrivo in Italia e che in mancanza di interventi socio-sanitari efficaci aumenta man mano che loro si stabilizzano sul territorio romano.
Cerchiamo di tracciarne un profilo. Come provato dalla nostra esperienza e come confermano i dati emersi dal rapporto del 2018 sulla comunità bangladese in Italia pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la maggior parte delle donne bangladesi acquisisce la cittadinanza italiana per matrimonio, quindi attraverso la pratica di ricongiungimento familiare raggiungono i mariti in Italia. La presenza di questi ultimi nella loro vita assume un ruolo fondamentale da quando arrivano in Italia sia per ragioni di mediazione linguistica, i mariti già da anni in Italia parlano italiano, sia per ragioni religiose e culturali per cui la donna rimane sempre un passo indietro rispetto all’uomo. Una sorta di relazione di apparente aiuto-dipendenza. È come se per capire le donne si debba passare attraverso gli uomini e di sicuro quel che ne risulta è qualcosa di distorto e non reale, impedimento notevole alla buona pratica clinica. Quindi chi sono questi uomini: sono i probashi, così definiti in Bangladesh gli emigrati all’estero, oltremare, categoria da sempre esistita poiché il Bangladesh ha fin dai tempi antichi rappresentato uno snodo importante delle rotte commerciali tra Europa e Oriente. Un popolo di imprenditori a tutti gli effetti che nella seconda parte del novecento raggiunsero il massimo del flusso migratorio verso il Regno Unito e che negli ultimi decenni hanno fatto rotta verso il Bel Paese, in particolar modo a Roma, dove è rappresentata la più grande comunità bangladese d’Italia. Roma infatti è la quarta città con più alta rappresentanza bangladese con i suoi oltre 40000 bangladesi, preceduta solo da Dacca, Calcutta e Londra. Non a caso proprio a Roma si trova “la piccola Dacca”, nel quartiere di Tor Pignattara. I probashi italiani conservano la loro forte tendenza all’imprenditoria anche nel nostro paese come viene confermato dall’alta incidenza dei permessi di soggiorno concessi per motivi di lavoro. Questo si riflette nella presenza crescente di numerose attività commerciali bangladesi sul nostro territorio.

E le donne? Loro arrivano direttamente in Italia per ricongiungimento familiare dopo una vita in Bangladesh dove vivevano a casa dei loro genitori, alcune di loro hanno studiato lì e si ritrovano catapultate in una realtà estranea dove spesso abbandonano la loro volontà di proseguire gli studi perché hanno sposato, non per volontà loro ma delle relative famiglie, uomini che non conoscono, che dovranno imparare ad amare e per cui sacrificheranno i loro sogni per diventare madri di numerosi figli. Sono proprio i loro mariti ad aver raccontato loro una vita all’estero un po’ più rosea rispetto a quella che in realtà è, hanno fatto loro apparire persino l’Italia come una sorta di Eldorado. Quando tornano in Bangladesh per fare visita a mogli e parenti, è come se si istituisse una sorta di pellegrinaggio obbligato, un dovere sociale che implica anche una redistribuzione tra i familiari del loro “successo” economico acquisito. La loro ascesa economica e sociale in Italia viene così raccontata occultando l’effettiva realtà dei fatti tralasciando fallimenti e sconfitte contribuendo a creare e ad alimentare la cosiddetta “menzogna” dell’emigrato. E le donne che emigrano per ricongiungersi ai mariti lontani sono le prime a subirne le conseguenze. Quei mariti quasi estranei le accolgono nei loro alloggi in affitto a Roma, dove vivono altri uomini che non hanno nessun legame di sangue ma che si trovano in occasionale coabitazione. Siamo ben lontani dal modello abitativo asiatico a cui le donne sono state abituate fino a quel momento: famiglie numerose e allargate dove è il legame di sangue a stabilire la convivenza sotto lo stesso tetto. Invece aprono la porta e trovano una casa tutta al maschile, loro prendono posto nella stanza del marito insieme a lui e gli altri uomini distribuiti nelle altre stanze dell’appartamento. Situazione ben diversa dagli agi promessi. Al contempo si assiste anche a un progressivo deterioramento del legame con le famiglie di origine, mantenuto costante grazie all’uso sempre più massivo degli smartphone. Ma è proprio attraverso questa facilità delle comunicazioni a lunga distanza che assistiamo a un penoso paradosso: tutto è documentabile con lo smartphone in tempo reale, basti pensare a una videochiamata tra una donna bangladese e i suoi genitori che la immaginano condurre una vita agiata grazie alle ricchezze del marito che ha fatto “fortuna” in Italia. La donna per non deluderli e per rassicurarli mente e la menzogna la fa sentire ancora più sola e isolata in terra straniera. Dalle storie che raccogliamo emerge però che c’è una nuova tendenza rispetto a qualche anno fa, ovvero sono sempre più gli uomini a portare via le mogli da questo “strano coinquilinaggio” e magari spostandosi ancor più in periferia riescono a pagare un affitto per una casa da condividere solo con la propria moglie. Tappa simbolo di ascesa sociale e benessere economico che viene vissuta dalla coppia inizialmente con grande entusiasmo e orgoglio ma che in realtà cova il seme di quell’isolamento a cui sono destinate le donne bangladesi. Le case sempre più lontane dal centro, difficilmente collegate coi mezzi pubblici, senza più neanche i coinquilini a cui poter cucinare qualcosa. In fondo quegli uomini con cui condividevano l’alloggio non erano più estranei dei propri mariti e cucinare per tutti loro le faceva sentire in qualche modo utili e impegnate. Invece nella nuova abitazione trovano solo una grande solitudine.

Sopraggiunge inevitabilmente la depressione: si chiudono in casa, si isolano, non studiano, non lavorano e non partecipano alla vita sociale in alcun modo, solo internet e cellulare consentono loro di mantenere i legami con amici e familiari. Questo ovviamente ha ripercussioni importanti sul loro benessere psico-fisico. Ci sono vari termini che identificano i giovani al di fuori di ogni percorso scolastico, formativo e professionale, che si riferiscono allo stesso fenomeno di esclusione sociale, con le dovute sfumature semantiche, si parla in Giappone di hikikomori, nel Regno Unito usano invece lo scarno acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training), in Italia più generalmente, e forse in modo più esatto perché l’accezione è più ampia, i “nullafacenti”. Comunque anche in Italia abbiamo assorbito la terminologia anglosassone per affrontare tale fenomeno in termini statistici e di fatto nel rapporto del 2018 sulla comunità bangladese in Italia pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali viene utilizzato l’indicatore NEET per fare riferimento ai giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni. Da tale rapporto emerge che le donne bangladesi NEET rappresentano l’84% del totale della popolazione bangladese in Italia, espressione di una forte disparità di genere. Il profilo che abbiamo tracciato raccontando la storia migratoria di queste donne spiega tali cifre. Dal momento in cui arrivano in Italia si crea naturalmente un circolo vizioso tra isolamento sociale e depressione, che le spinge a rinchiudersi in casa a badare ai figli, chi ne ha, e a mangiare in maniera eccessiva e/o sregolata. In sede di visita medica si presentano, o meglio vengono presentate dai mariti, in questo modo: depresse “ha troppi pensieri nella testa”, obese “deve andare in palestra” e in alcuni casi anche con problemi di fertilità “non rimane incinta”. Quando la coppia bangladese si presenta a studio il problema presentato spesso riguarda la gravidanza già avviata e i controlli di routine che la donna deve fare e che non ha mai effettuato prima oppure il problema è la gravidanza che tarda ad arrivare, e ovviamente il marito lo presenta come un problema esclusivo della donna e si sorprende che debba anche lui effettuare delle indagini diagnostiche. Dal punto di vista clinico è ovvio che queste condizioni sono strettamente correlate le une alle altre e l’intervento sanitario deve mirare a ripristinare il benessere psico-fisico, l’equilibrio ormonale e alla cura delle patologie sottostanti. Spesso presentano diabete e ipertensione scompensati poiché mai trattati, e forse mal diagnosticati in precedenza, che sono malattie che si aggravano ulteriormente durante la gravidanza mettendo in pericolo la madre e il feto. La gravidanza sembra sempre l’obiettivo principale della coppia sottostimando l’importanza nel trattare tali condizioni morbose non solo per il mantenimento della salute della donna ma anche per aumentare la fertilità e la possibilità di avere una gravidanza sana e senza rischi. Donne impegnate a fare figli, specchio della comunità bangladese insediata sul territorio romano da decenni, una comunità ormai stabile e con una alta presenza di minori, questi infatti sono la classe di età prevalente tra la popolazione bangladese che risiede a Roma.

Da questo appare evidente come l’intervento sanitario sia complesso e debba prevedere interdisciplinarità. Noi di Cittadini del Mondo cerchiamo di promuovere la salute delle donne bangladesi facendo anche prevenzione con programmi educativi sulla nutrizione cercando di correggere quelle abitudini alimentari sbilanciate che sono il risultato sia di un attaccamento alla cucina tradizionale bangladese ricca di grassi, soprattutto cibo fritto, sia di una condizione di depressione e isolamento sociale che portano a eccessi dietetici. Cerchiamo inoltre di intercettare le nuove arrivate promuovendo i corsi di italiano presso la nostra biblioteca, e questo per ora ha dato buoni risultati, infatti le classi sono piene di donne bangladesi, segno di forte partecipazione, che imparano la nostra lingua e che soprattutto acquisiscono piano piano maggiore autonomia sentendosi impegnate in un percorso a loro dedicato. Piccolo mattoncino in quel lungo percorso di edificazione di una donna più sicura, indipendente e felice. Coordinando tali interventi con le procedure cliniche e diagnostiche cerchiamo di ripristinare lo stato di salute al meglio, anche se manca ad oggi un intervento psicologico mirato e una mediazione culturale ad hoc, ossia fatta al femminile per aumentare la libertà d’espressione della donna, la fiducia nell’intervento sanitario e la sua indipendenza dal marito. Apparentemente imperscrutabili anche per questi nostri limiti le vorremmo vedere entrare a studio da sole, che arrivano da noi medici per loro iniziativa e che si aprono per parlare dei loro problemi senza il filtro dell’altra loro metà.

Passeggiare in alcuni quartieri della città è come fare un viaggio in altri paesi del mondo e le donne bangladesi appaiono come una massa indistinta di macchie di colori che accendono le piazze romane come in un quadro impressionista. Dove l’osservatore percepisce solo un’impressione fugace e non riesce a mettere a fuoco quel che si cela realmente dietro quei veli e tessuti, il mondo e i sogni che ciascuna nasconde. E per fortuna c’è ancora qualcuno che mantiene il costume di vivere la vita di piazza come si faceva una volta, come luogo di aggregazione e socialità, animando le strade delle periferie.