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Nota per i Giornalisti

La condizione politica italiana ha ostacolato sempre la possibilità di interessarsi della seconda accoglienza degli immigrati in Italia in maniera organica.
Da sempre concediamo loro una decente prima accoglienza, ma essendo sempre vincolati e soffocati dalle emergenze anche questa ha i suoi problemi e comunque cattura tutta l'attenzione. Una strategia lungimirante dedicata all'integrazione dei rifugiati non si è mai definita. Palazzo Selam è stato più volte definito all'estero il “palazzo della vergogna” in quanto è lo specchio degli errori continui e ripetuti della non previsione delle problematiche che sicuramente si incontrano dopo i primi mesi di permanenza sul territorio italiano.
Alcune questioni devono essere affrontate e risolte nei primi mesi di accoglienza o comunque prima di decidere di concludere questo percorso dovrebbero essere gettate delle solide basi per evitare alcune sicure future problematiche.
Vivendo da oramai undici anni la realtà degli abitanti di Selam possiamo concludere che sicuramente l'apprendimento della lingua, una definizione dei documenti, l’orientamento ai servizi pubblici, il lavoro e la casa sono problematiche affrontate in maniera non risolutiva e spesso neanche approcciate nella prima accoglienza.

  • la lingua italiana: statisticamente sono pochissimi gli abitanti di Selam che la conoscono in maniera anche elementare, per cui sicuramente c'è un errore fondamentale nei mesi di prima accoglienza rispetto al suo insegnamento.
  • documenti: troviamo quantità impressionanti di errori nei nomi, cognomi, date di nascita e paesi di provenienza che rendono la vita di un rifugiato un inferno nella burocrazia italiana; la necessità di avere una residenza e le difficoltà ad ottenerla distrugge poi ogni possibilità di stabilità.
  • il lavoro: nessun percorso facilitato o sorvegliato o monitorato è previsto per i titolari di protezione internazionale.
  • alloggio: anche qui nessun percorso dedicato (le case popolari non prevedono nessun requisito dedicato).

In virtù del nostro impegno all'interno di Palazzo Selam, ci capita sempre più spesso di essere contattati da giornalisti interessati a realizzare servizi e reportage sulle condizioni degli abitanti e dello stesso edificio. Per quanto consapevoli dell’importanza della denuncia delle loro condizioni, ci siamo confrontati ripetutamente sull'argomento con chi ne viene toccato in prima persona e ha il pieno diritto di avere l’ultima parola a riguardo.
Ci sentiamo pertanto autorizzati a dire che gli abitanti di Selam non sono interessati ad avere contatti con i giornalisti fondamentalmente per due motivi:
  • in primis perché lo ritengono inutile, non avendo mai avuto un ritorno positivo in termini di miglioramento, seppur minimo, delle condizioni di vita e la loro storia personale  non è mai stata minimamente scalfita da giornalisti che negli anni hanno scritto di loro in tutte le più prestigiose testate;
  • in secondo luogo, altro elemento che ha generato e continua a generare diffidenza e chiusura rispetto ai media è l’atteggiamento di molti reporter che, sebbene animati dalle migliori intenzioni, spesso si trovano a perdere di vista la dimensione umana e personale degli intervistati a beneficio di una visione più astratta e collettiva. Nella percezione degli abitanti del Palazzo, questo approccio lede profondamente la loro dignità, anche per la paura che i loro parenti, dai Paesi d’origine o da altri Paesi “d’adozione”, siano testimoni del totale disfacimento di ogni speranza di integrazione reale.
Seppur nelle condizioni che sappiamo, Selam è il solo posto che queste persone al momento possono chiamare casa, vivono lì la loro intima quotidianità in mille disagi. È normale che la presenza di estranei li faccia sentire violati nella loro privacy e, diciamocelo pure, in imbarazzo.
Come Associazione ci rendiamo disponibili a restituire la nostra testimonianza al di fuori del Palazzo e chiediamo ai media, che come noi hanno la fortuna di poter osservare la situazione da un punto di vista privilegiato, uno sforzo di comprensione rispetto a chi, per i motivi sopra elencati, rifiuta la spettacolarizzazione del proprio fallimento che sappiamo tutti (o per lo meno dovremmo) essere un fallimento del sistema.